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Perché un drone e una bandiera hanno fatto tanto infuriare i calciatori serbi?

le radici storiche della rissa tra le due nazionali nelle qualificazioni per Euro 2016

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Febbraio 2014. Nizza. Quando durante i sorteggi per gli Europei di calcio, in programma in Francia nel 2016, furono estratte Albania e Serbia nello stesso girone qualcuno sicuramente tra la platea sudò freddo. Il ricordo di quella fresca rivalità condita dal flagello della guerra non lontana combattutasi tra le due fazioni sobbalzò nelle menti più perspicaci presenti nel pubblico.  Anche tra gli eminentissimi responsabili Uefa il timore della circostanza venutasi a creare generò sicuramente qualche grattacapo. Niente di apparentemente incontrollabile, come se decennali lotte si potessero mascherare con semplici frasi di circostanza sull' aumento della sicurezza o il divieto ad una tifoseria di entrare allo stadio. Che i serbi non fossero degli stinchi di santo è risaputo, ma che d'altra parte si scatenasse una vera e propria corrida durante il match,tenutosi nella giornata di ieri, nessuno, anche tra i più catastrofici,se lo sarebbe aspettato. Le danze si sono aperte quando un drone sventolante la bandiera della “Grande Albania” telecomandato dai tifosi albanesi ,a cui era stato negato accesso allo stadio, è comparso sopra il campo da gioco . Quando Stefan Mitrovic, giocatore serbo,è riuscito ad agguantare la bandiera i giocatori albanesi non sono stati di certo a guardare e si sono avventati sullo sciagurato. Il dado è tratto, e vent'anni di riconciliazione svaniscono in un istante. Adesso torniamo indietro sul perchè di questa  rivalità. 
La memoria ci deve riportare agli scontri avvenuti tra il 1996 e il 1999. Entrambi gli stati si contendono l'autorità della regione del Kosovo, prevalentemente di etnia albanese ma contenuta nei territori serbi. Dopo il disgregamento della ex Jugoslavia, Milosevic e i serbi nazionalisti compiono una pulizia etnica a danno degli albanesi della regione. L'intervento della Nato con raid aerei riequilibra la situazione con molti serbi che sono costretti a fuggire da quelle zone per violente azioni di rappresaglia albanesi. Il territorio conteso adesso è gestito dall'Onu nonostante molti stati non ne abbiano riconosciuto l'indipendenza proclamata nel 2008. Ma è quello che la bandiera della “Grande Albania” rappresenta che ha del sorprendente; è l'idea decaduta di fatto agli inizi del Novecento ma ad oggi ancora viva nella fervida mente di alcuni nazionalisti di una nazione albanese che si estenda dalle coste dell'Adriatico,  al Montenegro e al Kosovo fino a abbracciare parte della Grecia e della Macedonia. La bandiera è quindi atto voluto di provocazione, sintomatica di conflitti  intervallati da brevi cadenze mai risolti che riaprono annose questioni. Il trionfale rientro dei giocatori albanesi accolti all'aeroporto come “eroi” da una folla di cinquemila esultanti è indicativo; così come lo sono le dichiarazioni perpetuate da alcuni giocatori albanesi kosovari su Twitter. Il capitano della squadra di Tirana Lorik Cana dichiara sul social “Quella della Grande Albania è la bandiera più bella del mondo”. Le polemiche di certo non ne escono diminuite.

La storia insomma vuole sempre la sua parte, così come la vuole quando si manifesta con tutte le sue defezioni in eventi sportivi. Non è stato sicuramente il primo caso ma il sistema della sicurezza ha dimostrato di non essere ancora all'altezza di saper gestire queste situazioni intricate derivanti da focolai di accesi nazionalismi, mai spenti, e riproposti in chiave ipermoderna. Alcuni giocatori albanesi si sono lamentati di aver ricevuto delle percosse dagli stessi agenti adibiti a tale servizio e la presenza di alcuni tifosi ultra banditi dagli stadi non ne ha giovato all'immagine dell'organizzazione del delicato match. E intanto la diplomazia avrà ancora pane per i suoi denti.
 

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