Gli adolescenti navigati faticano a tollerare la dimensione del silenzio che caratterizzava i pomeriggi degli studenti analogici. Domina il multitasking, il compiere contemporaneamente diverse attività , studiare ascoltando musica, messaggiare con l'amico-a, con un occhio alla chat su Facebook, e un altro al telefono.
Educare al silenzio come momento di riflessione, concentrazione profonda, si propone come una sfida educativa davvero ambiziosa. Può nascere da una spiritualità coltivata in amicizie particolari, può scaturire da passioni esoteriche ma difficilmente avviene per scelta autonoma e consapevole.
Nella ricerca di un identità ancora in itinere, l'adolescente è chiamato a fermarsi, almeno un attimo, un minuto, un' ora, per guardarsi allo specchio, e ripensare le proprie azioni quotidiane, il suo essere nel mondo, il suo rapportarsi con gli altri, a scuola, in palestra, in famiglia.
Senza rifugiarsi necessariamente nel dispositivo tecnologico, in quella ossessione comunicativa che toglie il respiro, aumenta le ansie, per una risposta che non arriva immediatamente, e o un messaggio convidivo sul gruppo che viene interpretato male. La pausa diventa una necessità , spesso limitata al momento del caricamento delle informazioni, per una rete che salta o un cavo che non funziona. Pensiamo agli spostamenti,si guarda la tv mentre si fa colazione, si ascolta la radio o la musica con gli auricolari mentre si esce di casa, per andare a lavoro o a studiare, addirittura in aula si preferisce la distrazione del cellulare all'ascolto dell'insegnante, si torna a casa e anche il momento colletivo del pranzo è una comprensenza solo virtuale. Ogni momento è scandito da consumi culturali, visioni multimediali. E per pensare e riflettere? La linea è sempre occupata.

