Ivan Righini, il Gypsy King del ghiaccio

Il campione nazionale si racconta, in esclusiva, su N.N.

pubblicato il 17/11/2015 in Sport da Valentina Frasca
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Valentina Frasca

Nelle sue vene scorre sangue italiano misto a quello russo. Un mix eccezionale che si traduce in una esuberanza, una forza e una grinta fuori dal comune, ulteriormente accresciuti, nel caso ce ne fosse stato bisogno, dal suo segno zodiacale: ariete, fuoco. Il suo motto? Work hard, play hard! Lavora duro e divertiti tantissimo, meglio se in viaggio da un capo all’altro del mondo e inseguendo l’estate, la sua stagione preferita. “Pazzo, divertente e sorprendente” per sua stessa definizione: ecco Ivan Righini, il bel volto maschile dell’ice skating azzurro.

Il campione nazionale russo junior che nel 2008 e nel 2009 ha incantato sulle note di Beethoven e Vicente Amigo ormai è cresciuto, alle spalle si è lasciato i numerosi problemi fisici e oggi guarda al futuro più sorridente, tenace e adrenalinico che mai. Lo abbiamo visto inaugurare la sua stagione agonistica 2015-2016 sul ghiaccio della Cup of China, dove ha chiuso decimo sfondando il muro dei 200 nel total score. Davvero niente male per il pattinatore del Forum di Assago che si allena ad Oberstdorf con Michael Huth e che, sebbene reduce da un infortunio al piede, aveva chiuso lo short non senza aver tentato il quadruplo Toe Loop, il suo prossimo obiettivo. Del resto, se non hai quello nelle gambe, è ormai chiaro che nel mondo dei Men mettersi una medaglia al collo è davvero un’impresa.

Già venerdì e sabato avremo il piacere di rivederlo in pista, nella Rostelecom Cup della sua Mosca, e la preparazione prosegue, dunque, senza sosta. Il campione italiano in carica (che si presenterà come l’uomo da battere ai campionati nazionali di Torino, in programma dal 17 al 19 dicembre) ha trovato, però, comunque, qualche minuto da dedicarci, e con la simpatia che lo contraddistingue e che lo rende campione nella vita, oltre che sul ghiaccio, ci ha parlato un po’ di sé.

Cominciamo dalla tua storia. Nato in Russia nel 1991, un’infanzia in Italia, poi di nuovo in Russia. Hai vissuto, e vivi, parallelamente due grandi nazioni…
Amo rappresentare l’Italia e la Russia, Mosca è la mia città natale e quindi sono orgoglioso di essere stato campione nazionale junior in Russia e di essere, adesso, campione nazionale in Italia. I tifosi russi e quelli italiani mi danno un grande supporto e io sento come un dovere il lavorare per conseguire risultati importanti. 

Il ricordo più bello della tua infanzia?
Mi viene in mente un episodio durante un concerto in Russia, non ricordo dove esattamente. C’era una cantante e il suo brano era sul sul tema del cuore. Io non ero timido, ero veramente piccolo, forse andavo ancora a scuola, e mi avvicinai al palcoscenico per ballare. Lei mi si avvicinò, mi chiese quanti cuori avessi e io le risposi "due". Lei ne fu sorpresa e io le spiegai: uno per me e uno per mia madre.

La prima volta che hai indossato i pattini. Che sensazioni hai avuto?
Avevo sei anni e già amavo esibirmi sul ghiaccio, infatti sto pattinando ancora e amo farlo ogni giorno e ogni anno di più.

L’intensa esperienza da campione russo con Nikolay Morozov. Tanti podi, molte medaglie, ma anche qualche problema fisico...

E’ stata una grandissima esperienza poter pattinare per la Russia con allenatori esperti come Nikolai Morozov, Marina Kudryavtzeva ( con lei sono stato per 9 anni) Pashkevich Igor e Oleg Vasiliev. Adesso mi sto preparando di nuovo, con l’Italia con un altro allenatore straordinario:  Michael Huth è come un secondo padre per me. Quanto ai miei problemi fisici ne ho avuti molti e ho già subito tre interventi chirurgici, ma niente potrà fermarmi finché non avrà raggiunto il mio obiettivo. Le cicatrici ci rendono più forti e mi danno ancora più voglia di lavorare.

Nel 2013 la svolta, la voglia di gareggiare per i colori azzurri, il cambio di allenatore, il debutto nella Merano Cup, i titoli di campione italiano. Com’è stato pattinare per “l’altra tua nazione” e per un’altra federazione?
E’ un onore per me pattinare rappresentando la bandiera italiana e credo che le energie russa e italiana insieme formino un mix esplosivo. Ho ricominciato a studiare l’italiano e sto prendendo lezioni.  Amo il nostro team, siamo tutti grandi amici e sento che stiamo diventando una grande squadra, lentamente ma è già qualcosa. Avremo le gare mondiali a Torino nella stagione che porta ai giochi olimpici e questi sono i nostri obiettivi: Torino e Corea. Prima di tutto, però, dobbiamo fare un grande e duro lavoro per prepararci per quest’anno e per fare bene da subito. Lavora duro, divertiti moltissimo!

Hai cambiato anche il cognome che hai deciso di usare, quello della tua mamma. E’ un Ivan completamente nuovo quello che scende sul ghiaccio, ma cosa è rimasto del campione nazionale russo junior?
E’ rimasto tutto quello che è dentro di me e anche fuori. La passione, il sentire il pubblico, la voglia di fare divertire i giudici, questo è il motivo per cui mi chiamano “Gypsy King Magic”.

E arriviamo ad oggi. La tua nuova stagione si è aperta con il decimo posto alla Cup of China e un punteggio che ha già raggiunto i 200.98 punti nel total score. In cosa ti promuovi e in cosa potevi fare meglio?
Nella Cup Of China ho cambiato molto il mio stile, ma non sono riuscito a dimostrare la solita passione e la facilità di volteggio sul ghiaccio, ho fatto un po’ di errori in entrambi i programmi e naturalmente ho perso un bel po’ di punti. Ma vado avanti e sebbene abbia fatto una tale quantità di errori ho abbattuto il muro dei 200 punti, quindi non è andata, in fondo, così male. Adesso, in ogni competizione, andrà sempre meglio.

Con quale spirito guardi ai campionati europei e del mondo del 2016?
Punto ad entrare nei primi 5 agli europei e tra i primi 10 al mondiale.

E alle Olimpiadi coreane del 2018?
Il mio obiettivo è portare a casa una medaglia, e sto lavorando duramente proprio per questo. Il livello di difficoltà del pattinaggio sale ogni anno di più, ma non esistono traguardi irraggiungibili.

Veniamo ai programmi: quest’anno hai due coreografie molto diverse tra di loro: dalla classica Turandot di Puccini nello short ai Pink Floyd nel libero. Quale senti più nelle tue corde? E qual è, invece, il programma del passato che riproporresti all’infinito?
Ho un nuovo stile e lo sto ancora testando come si fa con un paio di scarpe nuove, ma amo entrambi i miei programmi. Lo short è dedicato al mio allenatore, Michael Huth, mentre per quanto riguarda i Pink Floyd è un programma bello ma difficile. Renderlo pulito è veramente arduo, ma stiamo facendo un grande lavoro con un grande coreografo: Jeffrey Buttle. Il programma del passato che amo di più? Forse "Frank Sinatra-I Love you Baby", e lo rivedremo…

L’elemento tecnico che ami di più e quello che, invece, da sempre ti dà (letteralmente!) “filo” da torcere?
Amo il triplo Lutz con le braccia sollevate e mi aspettano tempi duri adesso per arrivare al quadruplo, ma ci sto lavorando e riuscire a farlo in entrambi i programmi è l’obiettivo principale di questa stagione.

Quanto è diventato difficile farsi spazio in un mondo, come il pattinaggio maschile, in cui ormai si va avanti a suon di quadrupli? E il pattinaggio sta diventando solo tecnica, o c’è ancora spazio per l’arte e le emozioni?
Entrambe sono molto importanti e se si lavora duramente alle due cose contemporaneamente arriveranno risultati stupefacenti.

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