Riportare in vita un mammuth. Siamo davvero così vicini?

Il potenziale a disposizione per resuscitare un elefantide, non implica anche che sia necessario

pubblicato il 27/06/2020 in Scienza e Tecnologia da Alfio Moscarella
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Alfio Moscarella

Maggio 2007, Siberia. Siamo nella penisola di Yamal, una lingua di torbiera che si estende al di sopra del circolo polare artico. Yuri Khudi, un allevatore della tribù Nenet, cammina con i suoi tre figli lungo le rive del fiume Yubrey quando, su una barra di sabbia emersa dall'acqua, scorge la carcassa mummificata di un animale. I Nenet non sono nuovi ad avvistamenti simili e Yuri, avvicinandosi prudentemente, capisce subito che quelle spoglie appartengono ad un cucciolo di “mammuth” un elefante preistorico scomparso alla fine dell'Era Glaciale. Sebbene sia cosciente del valore del ritrovamento, è ben attento a non avvicinarsi ulteriormente al corpo, in quanto i Nenet credono che toccare i resti di un mammuth possa portare gravi sventure. Yuri, tuttavia, non è intenzionato a far deteriorare quella mummia sotto le intemperie della natura, e decide così di percorrere più di 240 km in motoslitta per raggiungere il villaggio più vicino, con l'intenzione di contattare il museo locale. Dopo numerose difficoltà, il cucciolo mummificato passa finalmente sotto la tutela di vari specialisti e, per omaggiare Yuri a seguito dell'impegno e della tenacia mostrati, il mammuth viene chiamato con il nome della moglie dell'allevatore, Lyuba, diminutivo di Liubov, che significa Amore.

Lyuba

Come già inteso dalle credenze Nenet, è comunissimo trovare spoglie di mammuth in Siberia e, sebbene non frequenti, non sono neanche rari i rinvenimenti di carcasse mummificate della “megafauna” (animali di enorme taglia) dell'Era Glaciale, restituite alla superficie dallo scioglimento del permafrost (suolo ghiacciato) in seguito all'attuale aumento delle temperature. Tra le varie mummie, Lyuba rappresenta la più completa e per questo la più scientificamente importante. Avere a disposizione i tessuti molli di un animale estinto permette infatti di studiare tutto ciò che le ossa non raccontano, come organi interni, pelliccia o -eventualmente- l'ultimo pasto prima della morte. Ma il regalo più prezioso che un animale come Lyuba è in grado di restituire, consiste in piccole quantità di DNA, limitate tracce del codice genetico rimaste impresse nei tessuti di questi animali estinti. Il DNA è molecola a catena lunga presente in tutte le cellule, che forma i geni di ogni essere vivente e contiene informazioni di vario tipo su sviluppo e funzione dell'organismo studiato. Le proteine (basi) accoppiate tra di loro nella catena formano le “lettere” del DNA, e la loro successione costituisce un vero e proprio codice. Il codice non solo cambia tra le varie specie in base ai loro adattamenti, ma varia anche tra individui, restituendo quella che appunto viene definita “variabilità”. Decodificare il DNA significa studiare tutti quegli aspetti biologici non direttamente visibili dai resti fossili.

Struttura del DNA

Si tratta però di una molecola fragile, che decade molto facilmente, minacciata soprattutto da calore, ossigeno e umidità. Di conseguenza, le condizioni che meglio possono preservare la molecola sono quelle offerte dalle carcasse mummificate nel permafrost. Al di fuori delle informazioni che il codice genetico possa restituire, una delle domande sorte al riguardo ha da subito riguardato la possibilità o meno di riportare in vita questi grandi animali preistorici. Da questo punto di vista i ricercatori si trovano davanti a numerose problematiche dovute alla frammentarietà del codice a disposizione, lacune in righe e righe di lettere che devono essere colmate. Si è pensato quindi di utilizzare una cellula seminale di mammuth (estratta da una carcassa) per fertilizzare un ovulo di elefante indiano (il parente più stretto del proboscidato estinto) da far crescere nell'utero della femmina, ma in questo caso si avrebbe un ibrido tra due specie. Si è proposto allora di clonare un mammuth, privando degli ovuli di elefante del nucleo (quindi del DNA) inserendo quello di un mammuth, stimolando la divisione cellulare in laboratorio e impiantandolo in un utero per proseguire lo sviluppo. In quel caso però le cellule intorno al nucleo potrebbero condizionare la struttura dell'embrione, e le conseguenze in questo caso non sono ancora note.

La problematica più grande però resta etica. Si tratterebbe di riportare in vita un animale estinto migliaia di anni fa che, come gli elefanti attuali, era probabilmente dotato di una grande intelligenza e profondi legami sociali. Seppur fisicamente possibile, riesumare pochi individui in cattività di una specie rimasta orfana del suo habitat, solamente per il godimento mediatico di spettatori o pura gloria scientifica dei ricercatori coinvolti, resta un atto di dubbia morale (e utilità). Attualmente il mondo è testimone dell'estinzione di migliaia di specie a causa dell'attività umana, sugli stessi elefanti si registra l'uccisione illegale di circa 35.000 individui l'anno (report CITES del maggio 2013). Cercare di arginare questa progressiva distruzione deve essere la priorità su cui stanziare ogni risorsa disponibile, piuttosto che restituire a questo tempo una specie che il pianeta Terra ha già selezionato per l'estinzione.

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