Grande evasione fiscale da dipendenti di ambasciatori e consoli

A differenza di altri lavoratori, vengono retribuiti anche per intero

pubblicato il 09/02/2014 in Economia da Angela Menna
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Angela Menna

Dipendenti fantasma e imposte mai versate, all’ombra della diplomazia. Un’autostrada per l’evasione e l’elusione delle imposte scorre, da sempre, proprio sotto il naso del Fisco italiano, nel cuore di Roma e nelle città sedi di rappresentanze estere. Basta varcare le solenni insegne delle ambasciate e dei consolati per trovarla, ma a quanto pare nessuno lo fa. A percorrerla, non sono tanto i padroni di casa – ambasciatori, consoli e agenti diplomatici – che la legge esonera dall’obbligo di pagare le imposte sui redditi, derivanti dalle loro funzioni, che pagano al paese d’origine. Si tratta, invece, dei loro dipendenti – stranieri e non, ma residenti in Italia – che hanno un contratto di lavoro, regolato dallo Stato italiano, con diritto al trattamento retributivo, previdenziale ed assistenziale. A differenza degli altri lavoratori, però, ricevono le buste paga per intero, al lordo, perché assunti da organismi “extraterritoriali”, che non trattengono la parte di tasse dovuta allo Stato italiano. Toccherebbe loro, dunque, l’onere di dichiarare, in sede di dichiarazione dei redditi, la reale cifra percepita e pagare le relative imposte. Purtroppo, a quanto pare, non lo fanno e risultano del tutto sconosciuti al Fisco.

Non mancano, poi, testimonianze dirette del far west fiscale all’ombra della diplomazia. «L’elusione e l’evasione sono sistematiche. A quanto mi risulta, il numero di dipendenti che presenta regolare dichiarazione dei redditi e paga le tasse è a dir poco esiguo», dichiara L.R, impiegato amministrativo, che per anni ha lavorato un’Ambasciata e in seguito, in un Consolato. «In quasi 30 anni di servizio, - spiega -  non ho visto nessuno dei miei ex colleghi chiamati a chiarire la propria posizione, davanti all’Agenzia delle Entrate. Tutti, però, ricevevamo il Cud, che dovrebbe essere tracciabile. Anche perché, oltre allo stipendio, che ricevono al lordo, tutti i dipendenti con contratto regolare beneficiano dei contributi previdenziali e assistenziali. Per chi ha figli minori, e ne fa richiesta, perfino di assegni familiari. Ho anche tentato di informare la Guardia di Finanza di questa situazione, ma mi hanno detto che avrei dovuto fare regolare denuncia a mio nome, rischiando, tra l'altro, il posto di lavoro».

La questione non è nuova neanche al Parlamento. Nel 2002, un’interrogazione del senatore Maurizio Eufemi, (Udc), chiedeva lumi sul regime fiscale opaco dei dipendenti degli organismi internazionali. L’ex sottosegretario di Stato a Economia e finanze, Daniele Molgora, rispondeva che l’extraterritorialità creasse questa sorta di enclave giuridico-fiscale. La situazione, dopo 11 anni, non è cambiata. A tornare alla carica è la vice presidente della commissione Finanze, Carla Ruocco del M5S. A giugno, ha presentato a sua volta un’interrogazione (4-00966, seduta n. 37), che ha risollevato il tema dell’elusività del sistema e della mancanza di controlli. Dopo sette mesi, non ha avuto ancora risposta.
Anche il Ministero del Lavoro, è intervenuto a riguardo, dichiarando di avere competenze sul settore, ma limitatamente alla parte regolatoria. La dirigente dell’Ufficio relazioni industriali, Paola Urso, fa sapere, però, in una nota ufficiale, che, per quanto riguarda l’aspetto fiscale l’Agenzia delle Entrate, le Rappresentanze diplomatiche non sono qualificabili come sostituto d’imposta. Di conseguenza, ambasciate e consolati, potrebbero anche trattenere le ritenute, spezzando l’illegalità che alberga sotto le loro insegne.

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