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Elezioni Spagna, nessuno vuole stare con Rajoy

Fine del bipartitismo

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Domenica 20 dicembre, la Spagna al voto politico.

Che cosa hanno detto le urne? Che il Pp, il partito di governo uscente, con il 29% dei consensi e solo 123 seggi conquistati, è ancora primo nelle preferenze ma non ha più la maggioranza di quattro anni fa (44% dei suffragi, e 186 seggi). Lo tallonano i socialisti  al 22% e i “grillini sub-pirenaici”, gli indignados di Podemos, che hanno chiuso oltre uno storico 20%. Quarti i Ciudadanos, esponenti della società civile catalana, che non sfondano la soglia del 14%. Morale: se vorrà governare, il Pp dovrà chiedere la disponibilità ad un’alleanza da parte dei socialisti. O degli indignados.   

Il Psoe di Pedro Sánchez, arrivato secondo, come detto,  nella graduatoria generale delle preferenze (e la piazza d’onore cosentirà al quarantatreenne segretario  di essere riconfermato alla guida del partito la prossima primavera), ha già annunciato per bocca di Cesar Luena, suo segretario all’organizzazione, che non appoggerà un’eventuale investitura a capo del governo del premier uscente Mariano Rajoy. Quindi no a nessuna coalizione che veda i popolari come partito-guida.

Gli fa eco il leader del partito medaglia di bronzo,e cioè Pablo Iglesias, che ha  bocciato anch’egli un appoggio diretto a Rajoy e al centrodestra, preferendo proporre uno scenario completamente nuovo, un a sorta di  “compromesso storico” tra le forze moderato-conservatrici e quelle di sinistra.Ė l’ora degli statisti”, ha dichiarato Iglesias a risultati ormai ufficializzati, e, a suo parere,  non si può perdere un appuntamento da protagonisti in un importante “processo di transizione”. 

L’unica cosa certa è che in Spagna sembra tramontata l’era del bipolarismo.

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