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Iraq, NYT: 600 marines esposti ad agenti chimici

Casi registrati dal 2003 ad oggi

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Per più di un decennio il Pentagono ha continuato a negare che militari Usa, in Iraq, potessero essere entrati in contatto con scorie tossiche di armi chimiche abbandonate: parliamo delle famose armi non convenzionali alla base dell’intervento americano nel marzo-aprile 2003 contro Saddam Hussein. Poi, com’è noto, il quantitativo di quelle armi che risultò essere effettivamente presente sul suolo iracheno fu più o meno pari al carico di oro che Colombo riuscì a racimolare nel Nuovo Mondo. Un quantitativo, certo, inferiore alle attese, però non equivalente a zero: e comunque sufficiente, come denuncia il 6 novembre il New York Times squarciando una lunga cortina di silenzio, a provocare gravi casi di esposizione ad agenti chimici. Più di seicento dall’anno in cui scoppiò la II guerra del Golfo fino agli inizi del secondo mandato di Obama (com’è noto, la campagna vera e propria contro Saddam fu una guerra-lampo, ma poi ci fu il “triennio caldo” della gestione della transizione politica, 2004-06, e, anche in seguito, la presenza militare americana “di garanzia” continuò,  con una de-escalation scaglionata ma mai del tutto compiuta): nel fornire queste cifre, la testata si appoggia ad una fonte ineccepibile,  un funzionario della Difesa. 
Ora il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è costretto ad ammettere le sue colpe: prima di tutto, sbagliò nel non riconoscere immediatamente la gravità dei casi portati alla sua attenzione, e nel non dedicare ad essi  il giusto monitoraggio.   

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