Canoni enfiteutici: la Chiesa chiede ancora la decima

Il movimento politico Italia Unita denuncia ciò che accade in una diocesi dell'Abruzzo

pubblicato il 12/06/2013 in Attualità da Francesco Bottone
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Francesco Bottone

San Pietro non aveva un conto in banca, ma la Chiesa cattolica, fatta di uomini, purtroppo sì e quella di Chieti-Vasto, in Abruzzo, sta tentando anche di rimpinguarlo. Le ispirate  e rivoluzionarie parole di Papa Francesco cozzano ancora una volta con la realtà dei fatti.
Nei giorni scorsi abbiamo polemizzato con Antonio Turdò, leader nazionale del movimento politico Italia Unita, perché in un suo manifesto accomunava la Chiesa alla casta politica, colpevoli entrambi, a suo dire, di «tartassare la povera gente con tasse, imposte e balzelli».
Ci era parso strano che la Chiesa battesse cassa, tartassando la povera gente e ne abbiamo chiesto pubblicamente conto all’amico Turdò.
Il presidente di Italia Unita, attento lettore di queste colonne, ha prontamente replicato, dimostrando, documenti alla mano, di non aver detto falsità. Ne prendiamo atto e ne diamo correttamente conto ai lettori, perché la verità è ciò che ci interessa più di ogni altra cosa.
«Chiaramente le nostre affermazioni sono fondatissime - scrive Turdò replicando al nostro articolo - e scaturiscono dalla lettura di alcuni documenti dell’Istituto per il sostentamento del clero della diocesi di Chieti-Vasto, ricevuti da diversi residenti nei comuni dell’Alto Vastese, nei quali si richiede il pagamento dell’imposta del canone enfiteutico a proprietari dei terreni agricoli di scarsissimo valore».
I documenti citati da Turdò sono stati inviati, per conoscenza, alla nostra redazione. Evitiamo di pubblicarli, ma carta canta. Nello specifico di cosa si tratta? L’enfitèusi è la concessione di terreni coltivabili, per un lungo periodo, a un colono, con l’obbligo da parte sua di pagare un canone annuo al proprietario del fondo. Praticamente un retaggio medievale. Nel caso in questione la Chiesa di Chieti-Vasto, proprietaria dei terreni, chiede ad ignari cittadini che magari quei fondi li hanno ereditati da anni e certo non fanno più i coloni, il pagamento del relativo canone. Cosa sicuramente lecita, ci mancherebbe, perché fatta in applicazione delle leggi vigenti, ma la situazione economica attuale, con famiglie in continua difficoltà, rende a dir poco sgradevole e inopportuna l’operazione di recupero crediti messa in campo dall’Istituto per il sostentamento del clero. Non è certo questa la Chiesa povera di cui parla il Pontefice regnante. Inoltre, aggiunge Turdò, «a coloro che non hanno preso in seria considerazione la prima lettera, stanno arrivando le diffide direttamente da un legale incaricato dal Vaticano da Roma». E ciò rende la vicenda ancor più sgradevole.
«Nel nostro argomentare - aggiunge in chiusura Turdò - non c’è nessuna vena anticlericale, ma sicuramente la Chiesa non ha bisogno dei soldi della povera gente e, se pur legittimata da una legge dello Stato,  la Chiesa potrebbe sospendere la richiesta».
Chiara e ineccepibile la posizione di Turdò, che addirittura condividiamo.

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