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Nori: “Attirare sciagure? Potere da bambini-prodigio”

"La bambina fulminante" è il suo ultimo romanzo

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“Permesso. grazie, scusa”: sono le parole-chiave che papa Francesco ha rimesso al centro dell’approccio evangelico cristiano col mondo quotidiano.

Piccoli doveri, ma essenziali.

Un’operazione simile, nell’ambito del rapporto scrittore-lettore, prova a fare Paolo Nori nel suo ultimo romanzo, La bambina fulminante, edito da Rizzoli. In sostanza, pensa Nori, il lettore, qualsiasi lettore, quando apre un libro e comincia a leggerlo, è come se si ponesse di fronte a colui che lo ha scritto: e dunque lo scrittore ha il dovere, piccolo ma essenziale, di salutarlo. Non solo per dargli il benvenuto quando viene tra le sue pagine, ma anche per dirgli “Torna presto” quando se ne va.

Buongiorno” e “Arrivederci”: sono le due formule scelte dall’autore per aprire e per chiudere ciascun capitolo. Un espediente semplice, eppure così rivoluzionario, per porre il lettore in confidenza con l’autore, che gli si rivolge direttamente come un intrattenitore narrante, e dunque renderlo partecipe di ciò che l’autore vuole raccontargli, in un determinato numero di pagine. Tutto sommato, il libro non è solo ciò che c’è scritto dentro, ma anche la sintonia, l’interazione, la “complicità” che fa scattare con chi lo legge. Altrimenti resterebbe lettera morta, carta imbrattata.

La complicità che l’autore richiede al lettore è quasi sempre implicita, dietro le righe. Nori salta coraggiosamente la staccionata e sembra quasi voler dialogare con chi gli sta dedicando del tempo: e non è certo un modo furbo di allungare il brodo, anzi è una doverosa (riecco questo concetto) volontà di ringraziarlo, ben sapendo che gli occhi che si posano sul suo racconto potrebbero anche allontanarsene. Dunque, chi sceglie (liberamente, e per puro piacere) di proseguire fino in fondo, dev’essere premiato, con una sorta di attestato di vicinanza da parte di chi lo intrattiene. 

Vi state annoiando? Se vi state annoiando, arrivederci. Continuiamo? Continuiamo pure!” In un certo senso, il caro vecchio principio della narrazione orale applicato a quella scritta. La storia (una favola, in sostanza) per la quale Nori chiede l’ascolto (e la pazienza)  del lettore (presumibilmente, e preferibilmente, di età infantile) è quella di una bambina paranormale, i cui poteri ella non ha mai rivelato a nessuno (la spaventa anche un po’, in effetti, averli), e di cui nessuno, comunque, al di fuori di lei, ha mai saputo nulla. Ada, in effetti, è questo il nome della “bambina fulminante”, è una bambina pudica, riservata (non ha neppure il coraggio di dire al papà che le poesie che lui scrive non le piacciono), ma ha un potere enorme: quello di attirare sciagure su chiunque voglia, qualora lo voglia: le basta “puntare” col sentimento e con l’immaginazione la sua vittima, e per effetto di una magica preghierina in rima (in rima, altrimenti non funziona) quella persona, in poco tempo, avrà a soffrire un acciacco o un sinistro.

Ma non si tratta di un nuovo, piccolo Anticristo: questo non è un nuovo capolavoro di William Peter Blatty in salsa padana. Ada  utilizza la sua energia fuori dal comune soltanto verso le persone antipatiche, o moleste. Va bene, ammettiamolo pure: “soggettivamente” antipatiche e moleste, e però se gli intercalari di Ombretta, amica della mamma, e della maestra Gemma, oltreché i compiti assegnati da quest’ultima, se  le vanterie del suo compagno di scuola Filippo minacciano la tranquillità interiore della povera bambina, che nel suo intimo vorrebbe fare del bene, vale forse la pena tentare un piccolo intervento forzato. Già, fare del bene: Ada incanalerebbe volentieri la capacità di far obbedire il caso al proprio volere verso azioni meritevoli, di aiuto concreto al prossimo, ma non ci riesce. Questo è il suo limite, e il suo cruccio: può fare del bene solo a se stessa, danneggiando (in modo più o meno lieve, a seconda dei casi) la persona che desidera che sia danneggiata.   

Nori sembra suggerire che ci sia una sorta di legame tra nomi palindromi e questo tipo di poteri: il destino di Ada come bambina paranormale (o comunque anormale) sarebbe stato segnato proprio dall’eccezionalità del suo nome, che si legge allo stesso modo in entrambi i sensi di lettura. I nomi palindromi, a differenza di quelli a-palindromi (di cui si fanno tanti esempi, tra cui lo stesso nome dell’autore), sarebbero dunque una specie di porta verso talenti particolari, quasi magici: a questo Nori lascerebbe capire che si può probabilmente accoppiare anche un’altra particolarità, cioè l’omofonia quasi totale tra il nome del babbo, Lucio, illustratore e poeta mancato, e quello della mamma, Lucia, impiegata nel ramo assicurativo.

Sta di fatto che Ada, che, pur essendo una bambina socievole, nella sua eccezionalità è molto sola, finisce per trovarsi bene con altri due coetanei palindromi un po’ speciali, i tedesco-emiliani Otto ed Ebe, oltretutto figli (guarda il caso) di un enigmista, Bob (altro palindromo). Con loro la piccola protagonista vivrà una vicenda tra il tragicomico e il picaresco. Naturalmente, come in ogni favola di ogni tempo, non è escluso un finale lieto: un finale, che si potrebbe addirittura definire “di redenzione”.

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