Ventiquattr’ore dopo Robin Williams scompare un altro grande, grandissimo volto di Hollywood. Mercoledì 13 agosto un ictus ha portato via Lauren Bacall, giunta alla soglia dei novant’anni. Solo quattro anni fa l’attrice, che non tutti sanno essere cugina di primo grado del premier israeliano, Shimon Peres, aveva ricevuto l’Oscar alla carriera: era dal ’94 che un tale riconoscimento era stato messo in naftalina per l’altra metà del cielo hollywoodiana (l’ultima vincitrice era stata Deborah Kerr, che riuscì a metterlo in bacheca dopo ben sei candidature andate a vuoto).
Robin Williams stava attraversando un periodo di crisi personale e la sua carriera era declinante, ma non certo finita: in cerca di un rilancio, nel 2013 aveva accettato di tornare sul piccolo schermo per cimentarsi di nuovo, a trent’anni di distanza da Mork & Mindy, nella dimensione della sit-com. Probabilmente i risultati di ascolto deludenti e il naufragio precocissimo di The Crazy Ones, la sua ultima avventura televisiva, hanno contribuito ad accelerare la tragica decisione dell’attore. Tutt’altro discorso, invece, si deve fare per Lauren Bacall, giunta al traguardo estremo dopo un percorso cinematografico longevo, sereno, in cui è saputa crescere con naturalezza da giovane leva sexy tra mitici giganti a veterana di un’epoca di Hollywood di cui lei rappresentava uno degli ultimi dinosauri (ora tra noi mortali resta solo il quasi centenario Kirk Douglas, che il dio del cinema lo preservi). L'Oscar alla carriera: un pallino per chi non l'ha ricevuto, un fardello per chi c'è riuscito, giacché costituisce la certificazione ufficiale che alla causa della celluloide si è ormai dato tutto. La Bacall, però, finché ha avuto energie ha continuato a spenderle sul set, senza mai rassegnarsi all’idea che, dopo la morte nel 1957 di Humphrey Bogart, di cui era stata la quarta moglie (lei invece era al primo matrimonio), la sua importanza nello star system sarebbe diventata sempre più marginale. Tassello finale della filmografia della diva è The Forger, film del 2012 diretto da Lawrence Roeck; al pupillo di Eastwood è toccato essere l’ultimo di una lunghissima serie di registi, che comprende, tra gli altri, Jean Negulesco (Come sposare un milionario, 1953, Il mondo è delle donne, 1954, Dono d’amore 1958), Howard Hawks (Acque del sud, 1944 e Il grande sonno, 1946), John Huston (L’isola di corallo, 1948), Vincente Minnelli (La tela del ragno, 1955 e La donna del destino, 1957), Michael Curtiz (Chimere e Le foglie d’oro, 1950), Sidney Lumet (Assassinio sull’Orient Express, 1974) e, in tempi più recenti, Robert Altman (Prêt-à -Porter, 1994), Barbra Streisand (L’amore ha due facce, 1996), Lars von Trier (Dogville, 2003, e Manderlay, 2005) e persino un filosofo, Bernard-Henri Lévy (Le Jour et la Nuit, 1997).

