Sicilia. Il triduo pasquale a Vittoria, ma senza "le Parti", rappresentazione ormai legata al passato?

pubblicato il 15/04/2022 in Arte e Cultura da Emanuele Gulino
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Emanuele Gulino

E' iniziato ieri, con il giovedi Santo, il Triduo pasquale e con esso i tanti riti legati alla tradizione e alla cultura popolare che raccontano della fede di un popolo, della sua gente, della vita di una comunità. Riti antichi, spesso immutati, impregnati di sacralità, che si tramandano da secoli ma ancora capaci di parlare al cuore della gente.

Anche Vittoria, seppur il più giovane tra i Comuni delle dodici terre, conserva e mantiene delle tradizioni religiose molto belle e suggestive e che trovano il loro culmine più alto nella celebrazione del Venerdì Santo e nelle “Parti” , rappresentazione, quest'ultima, che sembrerebbe oramai legata “ad un passato” , dato che non la troviamo da anni nel “programma della settimana Santa”, precisamente dal 2019 scorso.

Approfondiamo l'argomento attraverso i luoghi comuni che spesso diventano leggende metropolitane.

Non è proprio vero che Vittoria non si sia mai espressa in termini di tradizioni religiose, anzi le stesse risalgono a pochi decenni dopo la fondazione della città. Già nel 1644, il Parroco Don Vincenzo Sesti, invitò una missione di P. Gesuiti, capitanata dal Ven. P. Luigi La Nuza, detto l’Apostolo della Sicilia a predicare a Vittoria. A lui dobbiamo la nascita di varie Congregazioni: quella della Madonna del Rosario e del S.S Crocifisso. I riti della settimana santa a Vittoria, iniziavano già la Domenica delle Palme anche se non rimangono fonti storiche certe ma solo memorie.

Successivamente il mercoledì santo con la processione detta “de Sciaccari” della quale non rimane purtroppo traccia. I Sciaccari, uomini incappucciati, giravano il paese con torce in mano e rappresentavano i Giudei alla ricerca di Gesù’ nell’ orto. Il Giovedi, (ancor prima il mercoledì) invece, era il giorno del “Cristo à culonna” processione con il fercolo di Gesù legato ad una colonna, statua antica che proveniva dalla diruta chiesa di S. Vito. Esisteva persino una Congregazione del Cristo alla Colonna composta prevalentemente da artigiani. La processione fu poi proibita del Vescovo Rizzo per motivi liturgici e pastorali.

Un discorso a parte merita il Venerdì Santo: i riti, nella forma che conosciamo oggi, si svilupparono sotto il grande impulso dei Gesuiti ed è anche grazie a loro che ci sono arrivati in modo cosi suggestivo ed emozionante. La giornata è interamente dedicata alla fede e alla tradizione con ben due processioni ma che si snodano in più tempi: quella della mattina e l’altra la sera con in mezzo le “Parti”. (Rappresentazione, come già su scritto - al momento - annullata per via delle restrizioni pandemiche.

Ecco come si snodava la processione fino all'anno 2019.

Già dalla mattina si “vestiva” e si preparava il fercolo dell’Addolorata, ufficio antico pregno di ritualità e gestualità, svolto dalla Congregazione del SS. Crocifisso che ha cura di tramandare e custodire questi riti. A seguire la processione del “cataletto”, un’urna neoclassica del 1834, contenente la statua di pregevole fattura del Cristo morto con dietro il fercolo della Madonna – entrambe risalenti al 1700 - e che si snodavao lungo le vie del centro storico per poi imboccare via dei Mille e raggiungere il Calvario, un tempietto neoclassico del 1857 che sostituì’ il più antico del 1644. La sera, poi " Il Dramma Sacro" dette "I parti" opera del marchese Alfonso Ricca e la processione di ritorno, suggestiva, ricca di pathos, silenziosa, diremmo quasi più intima.

 

Fonte storica: (Orazio Rizzo) 

(Foto gentilmente concesse dalla dott.ssa Valeria Alescio)

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