“Nei giardini dell’Erebo”: le poesie di Rosy Shoshanna Bonfiglio scuotono l’anima dei pensieri per il critico letterario Claudio Ardigò

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 19/06/2020 in Arte e Cultura da Francesca Ghezzani
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Francesca Ghezzani

La protagonista dell’opera “Nei giardini dell’Erebo” di Rosy Shoshanna Bonfiglio – ha dichiarato il critico letterario Claudio Ardigò, chiamato come giurato in diversi premi letterari di prestigio, collaboratore ed organizzatore della Fiera del Libro di Cremona e da molti critici considerato un esperto del poeta argentino Borges - è una donna di cui non si conosce il volto né il nome, nemmeno l’età, l’unico riferimento è che vive il nostro tempo sola e indipendente.

Nel suo mondo la sopravvivenza è violenza, la libertà un sogno, il domani uno ieri, l’amore una parola dal significato non chiaro. Una donna inquieta, alla perenne ricerca di brividi e odori, radici e certezze. È la storia di una Penelope che non si rassegna a un ruolo normale e domestico di chi tesse la tela aspettando il ritorno di Ulisse; ma è Ulisse lei stessa in questo viaggio alla ricerca delle sue radici profonde d’identità e di libertà nel dare un senso alla propria vita in un travaglio esistenziale vissuto in una specie di sogno o, meglio, di un intollerabile incubo.

Le poesie di Rosy Shoshanna Bonfiglio vanno lette in silenzio e in perfetta solitudine. In ogni verso c’è un rimando a situazioni vissute, a momenti reali o immaginati.

Poesia per capire, dal significato latino di contenere, tenere stretto, prendere.

Prendere le emozioni, contenere gli angoli più remoti che le sue poesie trasmettono alle nostre coscienze, tenere stretta la passione che trasporta il lettore.

Versi sapientemente costruiti come lunghi monologhi, quasi fossero continue confessioni del proprio io, che talvolta si aprono su scene erotiche ben tratteggiate, dove il sesso non è mai fine a se stesso, ma parte di una ricerca che attraversandolo lo trascende.

Le poesie di Rosy Shoshanna Bonfiglio sono e restano uno straordinario atto d’amore che rende merito e consapevolezza alla sua identità di donna poliedrica scrittrice e poeta, colpiscono al cuore, fanno riflettere, scuotono l’anima dei pensieri.

Nei pensieri principali della poetessa metterei la speranza. La speranza che risana le ferite, la sequenza indicibile dei giorni, l’impossibile ritorno indietro. La speranza in queste poesie è quello che sfugge, che tace, che non si manifesta e non si riesce a spiegare.

Una poesia sulla responsabilità e sulla difficile presa di coscienza che ognuno di noi deve raggiungere per scoprire il significato più profondo della vita.

Durante le letture delle poesie mi ha accompagnato costantemente una frase di un prologo di Borges che, da una parte, è un invito a leggere “Nei giardini dell’Erebo” e, nello stesso tempo, un augurio per la poetessa di ottenere il successo che merita: “Finito il testo la poesia si crea e si forma nella coscienza del lettore, quest’altra vita è la vera vita del Chisciotte”, è questo il senso della sua opera. Le sue poesie vanno oltre le apparenze, oltre i contrasti, le paure, le insicurezze; è poesia che cresce e si forma nella coscienza del lettore, diventando feroce, lirica, arte che insorge perché Rosy Shoshanna Bonfiglio ha una marcia in più: la forza incontrastata del dono, del talento, e vivere per lei significa accettare le sfide.

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