Durante le ultime due decadi, in America Latina, si sono susseguite importanti trasformazioni, dovute a una serie di cambiamenti sia regionali che internazionali.
Tra il 2003 e il 2008, si registrò un importante sviluppo economico,
dovuto principalmente all’inusuale combinazione instaurata dai paesi latinoamericani, basata su forte esportazione internazionale e aumento delle materie prime. Questo beneficiò le piccole e medie economie, favorì l'aumento dell'occupazione e della qualità della vita e abbassò i livelli di disoccupazione, povertà, e disuguaglianza sociale.
Questi sviluppi portarono all'elaborazione di riforme fiscali e monetarie, da parte dei paesi della regione, al fine di preservare i risultati ottenuti.
Sotto l'aspetto internazionale, la crisi economica globale, non solo interruppe questo periodo di crescita economica, ma colpì profondamente i paesi latinoamericani.
La CEPAL (Comisión Económica para América Latina y el Caribe) ha registrato che durante il primo trimestre del 2009 i valori dell'esportazione mondiale scesero del 34,8% e quelli del volume di commercio del 17,6% rispetto al primo semestre del 2008.
La prima conseguenza della crisi fu la diminuzione degli indicatori sociali, ovvero, quei valori che studiano gli aspetti legati alla qualità della vita. Questo si rifletté nella caduta del tasso d'occupazione e nel conseguente aumento della disoccupazione.
Un secondo impatto fu recato al settore commerciale. Tra il settembre del 2008 e il marzo del 2009 si registrò una forte caduta della domanda da parte dei paesi cosiddetti “clienti” come
Stati Uniti, Unione Europea e Giappone. Per tornare sul mercato gli Stati del Sud America decisero di deprezzare la materia prima, ovvero uno dei prodotti fondamentali per l’esportazioni per molti paesi, quali: Brasile, Messico, Perù.
La CEPAL calcola che l' esportazione regionale diminuì al 9% nel 2009. Si registrarono alcuni miglioramenti solo nella seconda metà del 2009, quando il prezzo della materia prima ebbe una buona ricrescita. Questo fu un importante boccata d'ossigeno per molti paesi, la cui economia si basa principalmente sull'esportazione.
Di fronte a questo scenario complesso e articolato, va dato merito ai governi della regione se l’America Latina, forse per la prima volta nella sua storia, ha affrontato la fase di crisi globale con i fondamentali macroeconomici. L’aumento della spesa pubblica, e in particolare l’incremento e la maggiore efficacia dei programmi sociali, hanno in qualche misura contenuto i costi sociali della crisi che, sebbene significativamente alti, avrebbero potuto manifestarsi ancora più violentemente. Ma ciò non è sufficiente. Per consolidare i risultati ottenuti e poter giocare un ruolo di global player sarebbe necessario attivare più efficaci processi di integrazione fiscale e monetaria, così come di coordinamento produttivo e industriale. Rimane infatti ancora il problema storico dell’area: quello della scarsa integrazione regionale, che va di pari passo con la mancanza di infrastrutture di collegamento adeguate. Inoltre bisogna tenere conto che la disuguaglianza estrema nella regione rappresenta poi un continuo freno per un reale sviluppo economico e sociale della zona: l’America Latina rimane infatti la regione più diseguale al mondo.
In questo senso, i massici investimenti in tecnologia, innovazione, istruzione e formazione messi in atto da alcuni presidenti, come Dilma Rousseff in Brasile – e che ci auguriamo siano ripresi da altri leader politici - vanno addirittura oltre e candidano il continente a un ruolo strategico per la fase post crisi.

