Coppa Italia, la Juventus fa dieci

Battuta all’Olimpico la Lazio

pubblicato il 21/05/2015 in Sport da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
La Juve vince anche la Coppa Italia

Dopo il titolo tricolore, anche il trofeo tricolore. 

Due terzi del Triplete sono già assicurati: ora, per eguagliare il Mourinho dei tempi dell’Inter, a Max Allegri manca solo l’apoteosi nella notte di Berlino. La decima Coppa Italia entra nel sancta sanctorum della Juventus, che può così fregiarsi della stella d’argento.

1937-38, 1941-42, 1958-59, 1959-60, 1964-65, 1978-79, 1982-83, 1989-90 e 1994-95. E poi, la notte dell’Olimpico. Da Virginio Rosetta all’ex pupillo di Galeone,  una dimensione di trionfi parallela all’epopea juventuscratica nei campionati di serie A, ma rare volte anche congiunta. Come nel 1959-60, allenatore Renato Cesarini. Come nel 1994-95, allenatore Marcello Lippi. Come ieri sera, esattamente vent’anni dopo l’accoppiata lippiana.

Se è vero che l’Unità d’Italia si completò con l’ingresso, violento, dei piemontesi sabaudi a Roma, allora la capitale è stata testimone di una riedizione di questo in senso calcistico: i bianconeri, naturali eredi delle truppe di Raffaele Cadorna per provenienza geografica, aprendo non una breccia bensì due brecce  in quella ideale Porta Pia che era la porta difesa da Berisha, sono riusciti a unire nella loro bacheca l’Italia rappresentata dai suoi due maggiori tornei di football.

Avrebbe dovuto giocarsi il 7 giugno, la finale della coppa nazionale; ma, essendosi nel frattempo la Juve qualificata per la finale di Champions, in programma il 6, non avrebbe avuto neppure ventiiquattr’ore di tempo per rifiatare tra una gara e l’altra. Di qui la decisione di anticipare. Sulla carta, un favore alla Juventus; nei fatti, però era la Lazio ad essere messa meglio, potendo schierarsi a ranghi completi. L’Allegra Armata, invece, giungeva all’importante appuntamento piuttosto rabberciata: fuori Buffon, doveva fare a meno anche di Morata e Marchisio, fuori per squalifica.

La serata iniziava nel migliore dei modi per i padroni di casa (al di là dell’occasione, l’Olimpico è pur sempre la tana della Lazio), a cui bastavano appena quattro minuti per portarsi in avanti, con il rumeno Radu, bravo a finalizzare felicemente una punizione di Candreva. Ma il bello della Juve è che se non c’è un Tevez in serata stratosferica o un Llorente che sa essere ficcante al momento giusto, c’è pur sempre un Chiellini a metterci il suo testone implacabile da goleador per caso: l’importante è che non manchi un Pirlo, da fermo, a pennellare verso la trequarti, per non dire di un Evra capace di fare… sponde d’oro. Succede al 10’, 1-1.

Spentisi i fuochi iniziali, da una parte e dall’altra, la partita s’incanala sui binari dell’equilibrio, anche se i ritmi restano sempre molo combattuti. Copione rispettato anche nella ripresa. Se non è una seratona per Tevez, di sicuro, sull’altro fronte, non lo è neanche per Klose. In vista dei supplementari Pioli lo sostituisce con Djordjevic, che si dimostrerà molto più incisivo.

Proprio dai piedi del serbo, al 4’ del primo tempo supplementare (94’), parte un tiro terrificante che carambola da un palo all’altro della porta di Storari, senza però insaccarsi. La gara, iniziata in modo trionfale, per la Lazio si fa stregata. Soltanto due minuti dopo Alessandro Matri, il "bello di notte" di tuno, realizza un vero e proprio rigore in corsa su cui Berisha nulla può fare. Non è un golden gol, ma la gara, di fatto, finisce lì. Così l’ex attaccante del Milan si rifà alla grande di una marcatura che gli era stata annullata per fuorigioco all’86’. A mandarlo in gol era stato un lampo di Pirlo. 

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