Mas d'Azil: storia di una frode d'arte preistorica

Lo studio di due specialisti delle università di Ferrara e Milano, scopre un falso archeologico conservato da anni nel Museo Civico di Luino

pubblicato il 18/10/2021 in Scienza e Tecnologia da Alfio Moscarella
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Alfio Moscarella

Per un falsario valgono due regole fondamentali, la prima è che le opere copiate debbano -preferibilmente- appartenere ad artisti morti che non possano quindi contestarne l'autenticità, la seconda è che si debbano utilizzare gli stessi materiali contemporanei all'artista, ma questo non è sempre possibile”. Con queste parole descrivevo più di un anno fa le indagini del chimico microscopista Walter McCrone, un noto cacciatore di falsi d'arte che si avvale della chimica dei pigmenti per venire a capo delle più raffinate frodi in campo artistico. La diffusione di falsi può riguardare opere delle più svariate correnti artistiche, toccando diversi periodi storici come anche preistorici. Esistono in effetti forme d'arte note fin dal paleolitico, espresse come incisioni su osso o roccia. Per un esperto d'arte preistorica, falsificare un disegno inciso, dalla geometria abbastanza minimale e senza il bisogno di particolari strumentazioni, può risultare piuttosto semplice. Per questo motivo, tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, la produzione di questo genere di falsi era molto frequente. L'obiettivo era ovviamente quello di frodare eventuali musei che intendessero arricchire le loro collezioni. Attualmente quindi, diversi musei collezionano potenzialmente dei falsi, truffe che possono essere rivelate solo in seguito ad accurate revisioni. È il caso del Museo Civico di Luino, provincia di Varese, che in occasione della sua dismissione, e la nuova catalogazione del materiale esposto per l'inclusione nel Museo di Clivio (VA), ha visto un frammento osseo tornare alle attenzioni della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Como, Lecco, Monza Brianza, Pavia Sondrio, Varese. L'osso in questione (St.2014.15.123) mostra i graffiti di due figure animali su una superficie. Il reperto, sembra essere stato consegnato nel 1968 dall'archeologo Ferrante Rittatore von Willer, il quale attribuiva il frammento all'età “Maddaleniana” del sito Mas d'Azil.

Il reperto St.2014.15.123

Il Maddaleniano corrisponde a un tipo di cultura paleolitica che corre dai 18 ai 10mila anni fa circa, accompagnando la fine dell'ultima glaciazione. Il sito di Mas d'Azil, in Francia, presenta in questo contesto uno dei più interessanti complessi del Paleolitico superiore, e sembra in effetti ben rappresentare il reperto. Non avendo tracce del contesto stratigrafico in cui è stato rinvenuto il frammento osseo, gli unici indizi sulla natura del reperto provengono esclusivamente dalla scheda di accompagnamento dello stesso Rittatore von Willer. Alla luce della diffusione dei numerosi falsi d'arte preistorica, la Sovrintendenza decide quindi di aprire una piccola indagine per verificare l'autenticità del reperto, affidando l'analisi a Dario Sigari, archeologo preistorico dell'Università degli Studi di Ferrara, e a Fabio Bona, paleontologo dell'Università degli Studi di Milano, che hanno recentemente pubblicato i risultati del loro lavoro sulla rivista Preistoria Alpina.

Rilievo del reperto realizzato da Dario Sigari

Ad una prima analisi, l'osso si mostra come un frammento subfossile appartenente ad un grande ungulato (bovide o bisonte). La presenza di questi grandi animali del Maddaleniano di Mas d'Azil è ben testimoniata, ma è uno studio dettagliato delle incisioni a rivelare qualcosa di nuovo. Un'analisi allo stereomicroscopio delle fratture sui bordi del reperto, racconta di un osso macellato, ossia tagliato e fratturato al fine di prelevarne la carne. Le fratture di macellazione, quindi, sono state provocate proprio dai membri di quelle antiche popolazioni umane di Mas d'Azil, e presentano un taglio abbastanza netto, perché inflitto su un osso fresco e non ancora mineralizzato, tanto meno fossilizzato. Tuttavia, le incisioni dei graffiti animali (zoomorfi), che dovrebbero grossomodo essere contemporanee alla macellazione, mostrano invece un tratto ruvido, poco netto e molto irregolare, in sostanza diverso da quelli osservati lungo le fratture. L'interpretazione che ne risulta, vede questi tratti incisi su un osso che avesse già una patina superficiale dettata dalla fossilizzazione. Incidendo una superficie fossile, la patina viene cancellata lasciando un solco fresco, l'interazione con i microgranuli della patina stessa durante l'incisione può inoltre condizionare il tratto, rendendolo appunto irregolare. In aggiunta, del sedimento presente nei vuoti del tessuto spugnoso dell'osso, disposto ancora in superficie e non in profondità, dimostra che il reperto in questione è stato seppellito per breve tempo dopo essere stato inciso. In ultima istanza, un'analisi tecnica sullo stile degli zoomorfi, ha mostrato come la costruzione di queste figure sia in qualche modo lontana dall'arte presente a Mas d'Azil, ma più vicina culture mediterranee come quelle riscontrate nelle grotte Polesini, Settecannelle o Romanelli.

Dettagli delle incisioni allo stereomicroscopio. Nel riquadro D è visibile la stria di macellazione su osso fresco. Foto di Dario Sigari

Lo studio dei due ricercatori vede quindi il reperto come un falso. Si tratta di incisioni recenti avvenute su un osso fossile, in seguito sotterrato nel tentativo di invecchiare i tratti incisi. La vicenda di questi graffiti si aggiunge ad una lunga lista di scavi clandestini e produzioni di falsi che caratterizzano la storia recente del sito di Mas d'Azil. Soprattutto però, i diversi approcci dello studio di Bona e Sigari su un reperto non presente in letteratura, forniscono sicuramente un solido supporto su cui basare la caccia a nuove frodi nel campo dell'archeologia preistorica.

 

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