Il Grande Freddo del secondo 900: quando pensammo di rischiare una nuova era glaciale

Per soli venticinque anni, il mondo ha registrato un anomalo impulso freddo che ha confuso le interpretazioni sul ben noto Global Warming

pubblicato il 11/08/2021 in Scienza e Tecnologia da Alfio Moscarella
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Alfio Moscarella

 

Lo scorso nove agosto è stato condizionato da una notizia che a distanza di giorni continua ancora ad echeggiare tra i media mondiali, si tratta del rapporto ONU sui cambiamenti climatici:“sono diffusi, rapidi e si stanno intensificando” (la Repubblica, 09/08/21). Il drammatico report è un campanello d'allarme che vuole metterci in guardia: “nel breve termine (2021-2040) è molto probabile che 1.5°C venga superato nello scenario di emissioni molto alte (Il Fatto Quotidiano, 09/08/21)”.

La responsabilità umana di questo aumento delle temperature è stata ipotizzata da geologi e climatologi già agli albori del XX secolo, quando sembrava evidente una connessione tra un anomalo surriscaldamento globale e l'elevato consumo di combustibili fossili, già consci del ruolo dell'anidride carbonica nel frenare la dispersione delle radiazioni solari dalla Terra verso lo spazio esterno. Tuttavia, inizialmente questo fenomeno non ha destato la preoccupazione che avrebbe meritato, innanzitutto perché il carbon fossile era la principale fonte di energia dell'epoca e, in secondo luogo, perché il pianeta Terra stava uscendo da un periodo estremamente freddo definito oggi “piccola Era Glaciale”, avvenuta dalla metà del XVI alla metà del XIX secolo. Lo stesso Giacomo Leopardi, in una delle sue lettere, scriveva così: “[...]Io credo che ognuno si ricordi avere udito dai suoi vecchi più volte, come mi ricordo io dai miei, che le annate sono divenute più fredde di un tempo, e gl'inverni più lunghi; e che, al tempo loro, già verso il dì di Pasqua si solevano lasciare i panni dell'inverno, e pigliare quelli dell'estate; la qual mutazione, secondo essi, si può patire oggigiorno già nel mese di maggio, e talvolta di giugno[...]”.

"The Frozen Thames", un dipinto Habraham Hondius del 1677, raffigurante il Tamigi ghiacciato

La piccola Era Glaciale, soprattutto nel suo inasprimento tra il XVIII e il XIX secolo, aveva condizionato drammaticamente la vita delle popolazioni mondiali, incidendo sulle risorse agricole e animali. Di conseguenza, l'aumento costante delle temperature globali registrato tra il 1850 e il 1950 veniva interpretato come un generale miglioramento della qualità della vita, con l'espansione dell'areale di molte specie animali e vegetali che accompagnava il ritiro dei ghiacciai, per non parlare dell'incremento demografico di alcune aree dell'emisfero boreale, come la Groenlandia.

Oggi sappiamo quanto quell'anomalo riscaldamento rappresentasse in realtà un fenomeno che a distanza di tempo sarebbe diventato sempre meno gestibile.

A confondere ulteriormente l'interpretazione del clima, sminuendo forse l'entità di quel Global Warming figlio dell'attività umana, è stato un anomalo raffreddamento planetario che ha notevolmente inciso sul pianeta almeno dal 1950 al 1975. Già dagli anni 40, è stato rilevato infatti l'inizio di un'inversione del trend in continua ascesa delle temperature globali. Il clima, tuttavia, non ha risposto omogeneamente su tutto il pianeta, variando di entità tra zone subpolari, insulari, continentali, e costiere. È certo ad esempio che nel corso di quei venticinque anni l'Islanda ha registrato un abbassamento delle temperature pari a 1°C, 0.8°C sono stati registrati sulle isole britanniche e un incremento leggermente maggiore si è verificato nelle zone continentali, fatta eccezione per i grandi agglomerati urbani , che hanno risentito di meno di questo abbassamento. L'abbassamento di 1°C è stato registrato anche sulle coste dei Mare del Nord, mentre, globalmente, un raffreddamento più repentino si è registrato sulle coste nordorientali del continente americano.

Entità dell'abbassamento delle temperature nel decennio '65-'75, in relazione al periodo '37-'45

È interessante vedere come il raffreddamento sia stato comunque accompagnato dalle dinamiche della circolazione atlantica. Il raffreddamento si è inoltre verificato secondo quei meccanismi in grado di innescare un episodio glaciale, con un'estensione delle aree glacializzate, un abbassamento generale delle temperature estive, e un aumento delle precipitazioni nevose proprio nei periodi più propizi per l'alimentazione dei ghiacciai continentali. Tuttavia, sebbene molto repentino, questo episodio freddo ha avuto una vita piuttosto breve, di soli venticinque anni.

Copertina del Times del 1977

Dopo il periodo della raccolta dati, arriva quindi uno dei momenti più difficili della ricerca scientifica: quello di fornire risposte sulle cause. L'entità così breve di un fenomeno climatico non può essere collegata a fenomeni astronomici o tettonici, responsabili delle maggiori oscillazioni climatiche degli ultimi due milioni di anni, la stessa piccola Era Glaciale ha registrato una durata di ben quattrocento anni, nulla a che vedere con un singolo episodio freddo di poche decine di anni. La causa è stata allora attribuita ad un'intensa attività vulcanica verificatasi nello stesso periodo. Dal '53 al '70, almeno sette sono stati i vulcani che hanno riversato un gran quantitativo di materiale, condizionando quindi gli eventi atmosferici. Sebbene quindi, una volta innescata la miccia, il meccanismo di raffreddamento abbia seguito dinamiche molto simili a quelle in grado di portare a una glaciazione, la causa è da attribuire ad una concomitanza di eventi in grado, per diverso tempo, di invertire le tendenze del clima globale. Una volta terminate queste attività, in effetti, l'impulso freddo è giunto al termine, facendo ripiombare il pianeta Terra in quell'incremento di temperature che stiamo subendo tuttora.

L'intensa attività del vulcano Beeremberg del 1970 è stata una delle responsabili dell'impulso freddo

Dalle dinamiche delle circolazioni oceaniche si evince quanto quel meccanismo avrebbe potuto condizionare drasticamente il nostro pianeta se l'impulso fosse perdurato per più tempo. In effetti, un aumento ulteriore della superficie delle calotte glaciali, insieme ad un maggior raffreddamento soprattutto dell'Atlantico settentrionale, avrebbe condizionato le precipitazioni nevose e le temperature nei mesi più caldi, portando ad un nuovo periodo freddo in grado di alimentarsi da solo. Ciò che stiamo vivendo oggi, e ciò che spaventa più del recente report ONU, è il rischio di continuare ad alimentare questo innalzamento delle temperature tanto da arrivare ad un nuovo fenomeno in grado di autoalimentarsi, vanificando in quel caso ogni nostro tentativo di mitigare la tendenza o invertire la rotta. I recenti rilevamenti sulle correnti oceaniche sembrano collocarci sempre più vicini ad un “punto di non ritorno”, ecco perché mai come oggi abbiamo bisogno di azioni concrete, a partire dalle nostre coscienze fino alle politiche internazionali, che sappiano rivoluzionare in meglio il nostro stile di vita.

 

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