Counseling e psicologia professionale: una convivenza possibile?

il Segretario Generale di AssoCounseling risponde alla dottoressa Francesca Niccheri

pubblicato il 09/02/2015 in Salute e alimentazione da Valentina Roselli
Condividi su:
Valentina Roselli

Risposta del Dottor Tommaso Valleri di Setriano

 Mi domando il perché Francesca Niccheri non si indigni altrettanto verso quei medici specializzati in psichiatria i quali, in virtù dell’essere psichiatri, sono ipso facto anche psicoterapeuti. Lo stesso vale per neurologi, ad esempio, o i neuropsichiatri. Pur non avendo studiato un’ora di psicoterapia, a loro è riconosciuto l’esercizio della psicoterapia. Mi domanda il perché Francesca Niccheri non si indigni quando, alcuni anni fa, la proposta di Legge di istituzione della psicoterapia convenzionata con il SSN naufragò per il veto dei medici, i quali volevano avocare a sé il primato della diagnosi psicologica all’interno del pubblico. Mi domando il perché Francesca Niccheri non si indigni con i mediatori familiari, i quali di fatto si occupano di “counseling di coppia”. Forse perché molti di loro sono avvocati? Potrei liquidare tutto con l’adagio dell’ubi maior e anche il meno avvezzo a queste tematiche avrebbe già capito tutto. Mi fa però piacere spendere due parole sull’argomento: la professione di psicologo nasce nel 1989 dopo una lunghissima mediazione tra l’Ordine dei medici (contrario all’istituzione dell’Ordine degli psicologi), il sindacato degli psicologi (favorevole alla nascita dell’Ordine degli psicologi), l’Accademia (portatrice di posizioni diversificate) e alcune prestigiose istituzioni scientifiche e professionali come la Società Psicoanalitica Italiana (SPI), ad esempio, nettamente contrarie. È indubbio che la Legge istitutiva della professione di psicologo sia stato un classico pasticcio all’italiana, esempio lampante di come NON si dovrebbe condurre una mediazione tra due o più istanze.

Per garantire la propria esistenza, il nascente Ordine degli psicologi ha dovuto giocare al ribasso, trasformando la psicoterapia non in una professione – come è in tutto il mondo – ma in una specializzazione di area medica e psicologica, dividendola dunque con i medici. Questo peraltro ha comportato il fatto che, in Italia, per diventare psicoterapeuti siano necessari una decina d’anni di studio (laurea, esame di Stato, iscrizione all’Ordine e specializzazione) quando in tutto il resto del mondo mediamente occorre la metà del tempo. L’Ordine degli psicologi è inizialmente formato da coloro che sono tutto tranne… psicologi! Infatti la stragrande maggioranza degli iscritti all’Ordine non sono laureati in psicologia, ma esercitano da anni la psicoterapia o la psicoanalisi. Residualmente sono docenti universitari con la necessità di essere collocati all’interno del nascente ordine. Qualcuno appartiene ai primissimi laureati in psicologia proveniente dagli atenei di Padova e Roma (quando ancora la facoltà di psicologia non esisteva ed il corso di laurea era quadriennale). Le logiche sindacali predominanti sono evidenti: l’esigenza di dar vita all’Ordine degli psicologi deriva dalla necessità di equiparare i CCNL all’interno degli enti pubblici con quelli dei medici, garantendo così anche ai futuri psicologi ordinati il poter aspirare a ruoli di primariato. In tutto questo, fin dal 1989, l’Ordine degli psicologi (la cui maggioranza, ricordiamolo, è composta da liberi professionisti) è sempre stato governato dal sindacato o da sigle riconducibili ad esso (una minoranza, tra i 90.000 psicologi italiani).

Questo ha fatto sì che in tutti questi anni, vuoi perché da una parte la matrice originaria era di tipo clinico, vuoi perché il sindacato aveva interessi diversi da curare, la psicologia ha perso di vista tutti quei settori che con la “clinica” non hanno niente a che vedere: la scuola, lo sport, l’azienda, lo spettacolo, il mondo delle organizzazioni in generale, l’educazione, il sociale, etc. L’Ordine degli psicologi, con la sua politica suicida e corporativa, ha di fatto lasciato aperti vari fronti e lasciato vuoti spazi all’interno dei quali legittimamente altri professionisti sono entrati. Salvo poi, dopo una ventina d’anni, essersi accorti dell’errore e tentare di rimediare avocando a sé l’esclusività dell’intervento in tali spazi. Ma vi è di più: recentemente l’Ordine degli psicologi ha fatto di tutto per passare sotto la vigilanza del Ministero della Salute (prima era sotto quello della Giustizia), rivendicando a gran voce il suo essere a tutti gli effetti una professione sanitaria. Che cosa sostiene in sostanza l’Ordine degli psicologi: che tutto ciò che ha a che fare son l’essere umano ed il suo disagio dovrebbe essere ricondotto allo psicologo. In tutto questo il counseling è una disciplina relativamente nuova in Italia (si parla comunque di counseling fin dagli anni ’90), ma affermata in tutto il mondo, specialmente in quello anglosassone. Il counseling parte dal presupposto che nella vita di ogni individuo possono accadere delle “cose” che non necessariamente sono legate ad una patologia. Degli accadimenti che mettono il soggetto di fronte ad un bivio, alla necessità di effettuare una scelta, alla necessità di richiedere un supporto ed un sostegno nella pianificazione del suo “percorso di vita”. Il counseling è una relazione tra due soggetti. Una è rappresentata dalla figura del counselor (l’agevolatore, il facilitatore, l’esperto della relazione, l’ascoltatore del soggetto che narra il suo disagio), l’altra da colui che ha bisogno di aiuto (il cliente, il soggetto che racconta il suo disagio). L’unico compito del counselor è quello di facilitare lo sviluppo di una relazione che ha come obiettivo quello di favorire l’autodeterminazione del cliente, la sua autoconsapevolezza, le sue possibilità di crescita. Avendo il counselor di fronte a sé una figura sostanzialmente matura e responsabile delle proprie scelte. La centralità dell’intervento di counseling è appunto il basarsi su un individuo che funziona ma che, a causa di tutte quelle esperienze che ognuno di noi incontra nella propria vita, ricerca un particolare momento un aiuto. La necessità di riorganizzare le relazioni in vista o in seguito alla separazione o al divorzio, la necessità di effettuare una scelta lavorativa, il bisogno di essere accompagnati in un percorso di vita. Lo staccarsi dalla propria famiglia di origine, l’avventurarsi nel creare la propria famiglia. Un figlio che nasce, uno che se ne va perché ormai è diventato adulto. Un lavoro perso in età matura. Tutto questo non è “patologia”, non è patologico e non necessita di essere curato. Necessita di un confronto, necessita di un aiuto, necessita di uno spazio, di un tempo e di un luogo. Singolare notare di come molti psicologi siano contrari alla così detta “medicalizzazione” della popolazione (battaglie contro gli psicofarmaci, etc.), ma pretendano per sé e per il proprio piccolo orticello la “psicologizzazione” della popolazione. Nessun counselor sosterrebbe mai che allo psicologo sia precluso il potersi occupare anche di altro che non sia patologico, ma non si capisce perché lo psicologo pretenda di avocare a sé tutto ciò che riguarda il disagio umano. E, si badi bene: è lo psicologo che ha fatto di tutto per essere inquadrato nel mondo sanitario, della cura, dell’abilitazione, della riabilitazione, della terapia. Ogni essere umano deve essere libero di scegliere il proprio percorso: non è un caso se certi percorsi di vita si reificano non nell’andare da uno psicologo o da un counselor, ma ad esempio da un sacerdote, intraprendendo un percorso spirituale. Non è un caso se qualcuno opta per un giro di tarocchi o ancora per intraprendere una lunghissima analisi alla scoperta di se stesso. Ciò che è importante è che il cittadino, il cliente, sia messo nelle condizioni di effettuare una scelta consapevole, sapendo che un counselor non è uno psicologo, non è un guaritore, non è un medico, non è un terapeuta. Mi fermo qui perché non intendo scendere sul terreno dello scontro e della provocazione: il fatto che lo psicologo abbia “studiato” e il counselor no – come dice la Niccheri – è una favoletta buona per mettere a letto i bambini la sera. Faccio sommessamente notare, anche e soprattutto in tema di tutela dell’utenza (altro spauracchio agitato dai detrattori del counseling), che alcune delle conquiste di “civiltà professionale” raggiunte oggi dall’Ordine degli psicologi (l’obbligo di aggiornamento permanente e di assicurazione, ad esempio), i counselor le hanno raggiunte ormai da molti anni. E peraltro l’Ordine le ha raggiunte non in quanto scelta consapevole, ma in quanto costretti dalla legge (fosse stato per loro…). Altre invece, come ad esempio l’obbligo di supervisione professionale o l’obbligo della verifica periodica delle competenze, sono per gli psicologi un miraggio, mentre per i counselor sono realtà consolidate ormai da anni. Dunque: l’utente è più tutelato dal counselor o dallo psicologo?

PARTECIPA AL GIORNALE

Sei già registrato?

Accedi con login e password