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La partita europea tra politica e finanza.

Il caso Grecia ci ricorda quanto sia viva la sfida tra politica e finanza.

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La critica mossa a chi osa mettere in dubbio le "cure" che la finanza europea impone o cerca di imporre agli Stati ballerini è quella di non voler attuare riforme ambiziose e strutturali che altri, in contesti ovviamente non sovrapponibili, hanno con successo già attuato.


Due le considerazioni, la prima: le riforme, tutte ed ancor più quelle definite ambiziose e strutturali e quindi non ordinarie (sempre se ordinaria può definirsi una riforma), si inseriscono a pieno titolo nei compiti, o meglio, negli oneri della politica. Spetta dunque alla politica decidere quale aspettativa soddisfare e quali mezzi adoperare per soddisfarla.

Esempio classico è quello delle pensioni: la politica tutta decide di dare priorità alla riforma delle pensioni, a questo punto usciranno fuori tante proposte e modelli di riforma quante formazioni politiche risultano coinvolte. Chiaramente verrà applicata la proposta che sarà maggiormente aggregante.

Esempi a parte appare chiaro che nel novero delle responsabilità i cosiddetti "esperti dei conti" si dovrebbero limitare a fornire un elenco con relativa sommatoria finale ed evidenziare di quanto la somma sfori i parametri prefissati. La scelta su quale voce intervenire e come intervenire è, e non può essere altrimenti, a totale appannaggio della politica che, non solo armonizzerà le scelte in base ai contesti ed alle specificità, ma vedrà aumentare o diminuire il proprio consenso in base ai risultati che attesteranno la bontà o meno di questo tipo di scelte.


Seconda considerazione: se deve essere la finanza a sobbarcarsi questo tipo di onere allora possiamo ulteriormente semplificarci l'esistenza abolendo la classica politica elettiva per passare ad una più innovativa "politica selettiva" dove sarà possibile pescare i potenziali amministratori della cosa pubblica in seno ad albi creati ad hoc di sole persone legate al mondo dell'economia e della finanza. Poi però smettetela di chiamarla politica e smettetela di chiamarla democrazia, altrimenti toccherà rivedere anche le voci dei vocabolari.

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