Castellano e Pipolo: il Cinema del futuro

pubblicato il 13/05/2021 in Musica e spettacolo da Emanuele Gulino
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Emanuele Gulino

Erano gli anni '80, l'Italia era spensierata e ottimista, non esisteva il "politicamente corretto" né espressioni del tipo "ce lo chiede l'Europa", eppure l'Unione Europea già esisteva da decenni... Il Mondo era diverso e si guardava al futuro con serenità e gioia, quasi tutto era possibile, tranne andare privatamente sulla Luna, cosa ancor oggi attuale. Erano gli anni in cui una coppia di registi firmava le sceneggiature di commedie che sarebbero diventate indimenticabili. Castellano e Pipolo, al secolo Franco Castellano e Giuseppe Moccia, affiatata coppia di registi e sceneggiatori che ha girato commedie imporanti e inconfondibili: "Il ragazzo di campagna"; "Grandi magazzini"; "Attila flagello di Dio"; "Grand Hotel Execelsior", sono solo alcune delle pellicole girate dalla coppia romana. La loro carriera inizia negli anni '50 e si protrarrà per oltre 40 anni. Cominciano a scrivere sceneggiature notevoli come "Totòtruffa" e "La voglia matta" oltre a curare la regia di alcuni programmi televisivi fino a raggiungere il grande successo commerciale con "Asso"; "Il bisbetico domato"; "Il burbero"; "Innamorato pazzo"; "Segni particolari: bellissimo", tutte interpretate da Adriano Celentano in un vero e proprio sodalizio artistico. Le loro commedie, come spesso accade, non sono mai state apprezzate dalla Critica, ma si sa, la Critica è sempre esigente e non si riesce mai a comprendere cosa voglia davvero, perché è assodato che i film di Castellano e Pipolo non siano da Oscar ma non significa che si debba giudicare a prescindere una commedia leggera. Basti pensare a come, sottilmente, i due registi nei loro film parlassero in chiave ironica di argomenti oggi attualissimi, ma che all'epoca non erano minimamente menzionati: razzismo e omosessualità. Negli anni '80 non erano tematiche ricorrenti nelle commedie, ma come tutti i geni, Castellano e Pipolo hanno anticipato i tempi. Nei loro film c'è quasi sempre un attore nero protagonista, cosa che per quegli anni era più unica che rara, come a voler già esorcizzare l'assurda convinzione che sia opportuno fare differenze tra bianchi, neri e gialli. A mo' di commedia abituavano l'opinione pubblica a far capire che non ci sono differenze tra esseri umani, come era presente anche il personaggio omosessuale, d'altronde, l'abitudine al "nuovo" aiuta ad accettarlo. Incosapevolmente hanno profetizzato l'uguaglianza che ancora non abbiamo raggiunto, perché nelle loro commedie vengono rappresentati tutti e tutto, non c'è violenza né volgarità, solo tanta voglia di far sorridere cercando di far recepire anche dei messaggi sociali. Purtroppo, essendo registi e non attori, il rischio è di essere dimenticati dal pubblico in quanto non visti sugli schermi, se non tra i titoli di testa e coda, ma le loro opere rimangono immortali perché tutti abbiamo cantato almeno una volta la sigla di "Grandi magazzini" e abbiamo sognato di vivere nel minuscolo residence di Artemio ne "Il ragazzo di campagna", ci siamo innamorati guardando "College" e siamo tornati bambini con "Ci hai rotto, papà" e abbiamo urlato "A come Atrocità" in "Attila flagello di Dio".

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