Alvaro Piccardi: “La perfezione dell’attore? La sua naturalezza!”

“L’attore è un artista delle emozioni con la voce e il corpo”

pubblicato il 08/08/2015 in Interviste da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Alvaro Piccardi - Una vita per il teatro

I più grandicelli lo ricorderanno nella parte di Jim Hawkins nello sceneggiato L’isola del tesoro di Anton Giulio Majano (1959), o in quella del cardinale Gonzaga in Caravaggio di Silverio Blasi (1967; parliamo di due tra le tante sue interpretazioni per la tv).

Quelli un po’ più giovani, forse, avranno imparato ad associarne la voce a quella di John Rubinstein nello sceneggiato Radici (1977). In mezzo tanto, tantissimo teatro: da attore, da regista, da gestore (storica la sua partnership con Vittorio Gassman nella Bottega Teatrale di Firenze), da insegnante. Di lui si potrebbe dire, parafrasando ciò che Quinto Arrio dice di sé in Ben Hur: “fa l’attore di professione e, nel tempo libero (cioè, più correttamente, quando non è lui a fare l’attore), si diverte a formare nuovi campioni del palcoscenico”. Tutto questo è stato, è e sarà Alvaro Piccardi. Uno che l’arte dell’attore la conosce davvero bene, dalla A alla Z. O, quantomeno, dalla A alla Q: Q come Q Academy, l’ultima avventura di didattica teatrale che lo vede in plancia di comando, a Roma.

Maestro, una volta c’era un solo modo di diventare attore, e cioè fare teatro. Oggi, invece, esiste anche la televisione e la pubblicità, per non parlare del web e del fatto che molti attori cinematografici nascono, in effetti, direttamente sul set. Ma un attore teatrale resta sempre qualcuno che ha qualcosa in più?

Fermo restando che esistono miriadi di esempi di grandi e grandissimi protagonisti delle scene privi di esperienze formative “ortodosse” alle spalle, l’attore di teatro si fa apprezzare prima di tutto perché dev’essere un “prodotto” di eccellente scuola, un artista di tecnica raffinatissima. E non potrebbe essere altrimenti:  parliamo di un artista che lavora perlopiù “dal vivo”, cioè davanti ad un pubblico reale, ed è, in un certo senso, “nudo” di fronte ad esso, cioè non ha agevolazioni di tipo tecnologico né per quanto riguarda l’audio (microfoni etc.) né per quanto riguarda i movimenti, o gli scenari. Se esiste un primato dell’attore teatrale, esso sta forse nel fatto che la preparazione di cui dispone, vocale ma anche corporea, è quella basilare per l’intera arte della recitazione, che, va ricordato, come tutte le arti è innanzitutto emozionale. Comunque, non si può negare che, in passato, i grandi del palcoscenico enfatizzassero la “sacralità” della loro dimensione; ma oggi, oggettivamente, non è più così.

Il teatro nasce millenni prima del cinema e, agli esordi dell’invenzione dei Lumière, gli attori di teatro restavano pur sempre quelli di serie A. Con lo sviluppo dello strapotere della celluloide la tendenza è stata quella di partire dal teatro per arrivare al grande schermo come fosse una terra promessa, e poi magari, esaurita la carriera cinematografica, tornare al teatro come a un porto sicuro. Oggi è ancora così?

Be’, dipende dagli attori, naturalmente. C’è chi torna alle eventuali origini teatrali dopo aver fatto cinema (o mentre lo fa) e c’è chi sceglie le pellicole per sempre. Ma c’è anche chi scopre le tavole tardi, dopo aver speso la sua vita da attore altrove. E poi c’è chi nasce a teatro, o al cinema, o su un set televisivo, e muore lì. Indubbiamente, comunque, l’avvento del cinema – e poi anche della televisione – ha cambiato molto la condizione degli attori, in termini di visibilità. Molto meno, però, dal punto di vista dell’arte, che, nella sostanza, non si è certo evoluta: teatro, cinema, televisione in effetti sono solo dei mezzi di espressione, non l’espressione artistica in sé, che resta la stessa anche se si adatta al “linguaggio” dei diversi “contenitori”. Direi perciò che l’unica novità è che l’attore di oggi deve essere estremamente duttile per passare da un linguaggio all’altro: la duttilità, si badi bene, in sé e per sé non è compresa nell’arte, ma deriva dall’esperienza che si ha dell’arte. L’arte da sola ha esclusivamente il compito di formare lo stile.  

A che età si inizia a fare gli attori, e soprattutto gli attori di teatro?

L’arte in quanto tale, e quindi anche quella recitativa, non ha età. C’è chi inizia a dieci anni, come il sottoscritto. E c’è chi scopre la propria “vocazione attorialeanche dopo i sessanta, anche dopo la pensione. Magari è la didattica a richiedere paletti anagrafici più rigorosi: sì, forse dal punto di vista della didattica più presto si decide di voler fare gli attori e meglio è.

Lei è stato un enfant prodige del teatro italiano. Il giovane attore vuole solo divertirsi o facendo gli attori si diventa adulti subito, coltivando ambizioni da grandi appena saliti sul palcoscenico?

Personalmente, da ragazzino, non ho mai sentito il peso del palcoscenico; per me era un gioco. Ma ha continuato ad esserlo anche andando avanti con l’età.  E qui tocchiamo un’altra corda dell’arte attoriale: non è un attore chi si fa schiacciare troppo dalla pressione o dalla “responsabilità” del palco, o del set, se si preferisce. La prima qualità, direi il primo talento, di un attore di razza, bambino o adulto che sia, è la tranquillità, la naturalezza con cui fa quello che mette in scena. In questo senso la recitazione, come qualsiasi altra arte  finalizzata all’esibizione, è anche molto simile allo sport: si recita, e si scende in campo, mentalmente sgombri, liberi di fare ciò che si ama e si sa fare, e con la gioia di farsi vedere.     

Lei ha partecipato a grandi sceneggiati televisivi, uno per tutti L’isola del tesoro. Qual era l’atmosfera che si respirava dietro le quinte di quella che viene ancora definita una stagione irripetibile dello spettacolo televisivo italiano? Lei crede che, anche oggi, per tornare ad una fiction di qualità in Rai, si debba tornare a pescare tra i prodotti migliori che può offrire il teatro e a sceneggiature di solido impianto teatrale?

In realtà credo che l’impianto teatrale sia un ostacolo al corretto sviluppo del linguaggio dello spettacolo televisivo. La stagione di cui parliamo è stata certo esaltante, ma era anche quella di una televisione ancora in formazione, che poteva permettersi di  essere “colonizzata” da forme di espressione più adulte, in attesa di crescere in modo autonomo. Oggi una televisione “teatrale” stonerebbe. Il teatro al teatro, la tv alla tv.
La televisione oggi è cresciuta anche, inevitabilmente, sul fronte della fiction. Sono cambiati i tempi di lavorazione, assai più rapidi rispetto a quelli degli sceneggiati di qualche decennio fa. In generale non si può negare che questo sia uno svantaggio per la qualità, ma ci sono pur sempre parecchi esempi in controtendenza. Per parte mia, senza voler implicare un discorso di maggiore qualità rispetto ad oggi, posso solo dire che, all’epoca dei “miei” sceneggiati, c’era… molto più tempo a disposizione.

 

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