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Ambrogio Fogar, il poligrafo dell’avventura

La figlia Francesca: “Uomo di mare, ha umanizzato il documentario di viaggio”

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2005-2015: dieci anni senza Ambrogio Fogar.

Per noi, ragazzi cresciuti nell’immaginario televisivo degli anni ’80, era la figura da associare immediatamente a certi spot dal sapore vincente, come quelli del Camel Trophy o della Sector. A chi scrive, poi, Fogar, le sue imprese e il suo stile di vita facevano anche venire in mente il bellissimo tema del film Il bounty (1984), con Mel Gibson e Anthony Hopkins.

Culturalmente, si può definire Fogar un Senofonte moderno? Magari, se il grande scrittore e uomo d’avventura greco e Ambrogio Fogar si fossero conosciuti, si sarebbero considerati simpatici. Certo, Fogar non ha scritto nessuna opera storiografica, ma se è per questo, neanche Senofonte è mai  stato il conduttore di un programma televisivo. I due, però, l’ateniese e il milanese, hanno in comune una grande spedizione,  condotta in modo appassionato e conclusasi con un finale controverso (i 400 giorni intorno al mondo sono un po' l’Anabasi di Fogar), e l’intento di proporre un paradigma attraverso un’opera che si legge come un romanzo di formazione (Sulle tracce di Marco Polo è, in un certo senso, la Ciropedia fogariana).

C’è anche un altro aspetto di fondo che accomuna i due personaggi: così come, fermo restando che non ci sono dubbi che rientri nel canone degli  autori classici, ancora non si riesce bene a stabilire se Senofonte sia stato più uno storico o un filosofo o un precursore dei moderni giornalisti, così ancora resta un mistero dare un’etichetta precisa ad una figura versatile e tutto sommato sfuggente come Fogar: esploratore, uomo di sport e di navigazione, oppure divulgatore dell’avventura che l’ha anche praticata, l’avventura? Con Francesca, la figlia di Ambrogio, proviamo a rendere l’affascinante mistero... un po’ meno misterioso. Ma senza intaccarne minimamente il fascino.

Francesca, ancora oggi “Jonathan” è considerato un cult: qual era la sua diversità rispetto agli altri programmi di viaggi d’avventura venuti dopo?

Jonathan è stato un apripista. Da qui il suo successo. Fino ad allora esistevano solo i documentari, con voce fuori campo che, seppur bellissimi, erano governati da un freddo stile "british" poco coinvolgente. La forza di Jonathan era tirar dentro lo spettatore nei viaggi e nelle avventure, coinvolgerlo emotivamente e farlo sognare. Grazie al fatto che Ambrogio era padre e al tempo stesso figlio di quel programma: l'appendice sperimentante, credibile per il suo vissuto, di tutti gli sport estremi che all'inizio degli anni '80 sono nati e hanno iniziato a crescere.

Dilettante dell’esplorazione, romantico dell’avventura: condividi questa definizione di Ambrogio Fogar?

Si, pienamente, sul romantico. E anche sul dilettante, che è lo spirito con cui mio padre si è accostato ai suoi sogni. Però devo precisare: se hai a che fare con l'Avventura e la grande Natura puoi restare dilettante per poco. Devi fare esperienza e accostarti ad ogni impresa con enorme preparazione, impegno e rispetto. Altrimenti il rischio supera, e di molto, l'ingaggio della sfida. E non ha senso, perché la Natura non perdona.

Quali erano i modelli di Fogar: c’era un grande esploratore o un grande navigatore che, in cuor suo, sognava di emulare? Su quali letture e su quali figure si è formato?

Sicuramente uno su tutti: Amundsen, il grandissimo esploratore dei ghiacci. Ma ogni libro che racconti il tema dell'uomo a confronto con la natura, attraverso la propria intelligenza, da Verne a Jerome, è stato per lui una grande fonte di ispirazione da ragazzo. Il carburante con cui ha alimentato il sogno di compiere a sua volta una "grande poetica impresa".

Cos’è stato Armaduk per Fogar, e anche per te?

Un compagno di viaggio, fedele e silenzioso. Un amico a cui affidarsi nello sconforto o nella paura. E anche un collega di lavoro, che dipendeva da Ambrogio e che ad Ambrogio, per contratto, doveva dare una mano. Pardon, una zampa. (Fatte le debite proporzioni, Armaduk è stato per Fogar quello che Argo è stato per Ulisse, ndr.)

Se dovessi dire qual era la dimensione-avventura preferita di Ambrogio, diresti mari sconfinati, altissime vette o paesi misteriosi e lontani?

L'immaginario della grande Avventura non ha il confine di una cartolina o di un itinerario di viaggio che reputi migliore di un altro. Ogni luogo può essere avventura, persino il meno esotico, il più insospettato o banale. Sono i tuoi occhi che fanno l'avventura, favoriti da quello che incontrano sulla strada. Di sicuro Ambrogio con il mare aveva un rapporto speciale, l'ha scelto come mezzo per traghettare i suoi sogni da ragazzo nella vita adulta, quando di solito per gli altri diventano ricordi. Perciò se proprio devo scegliere direi: lui, il mare.

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