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Nicola Genga: Front National, una dinastia di anti-sinistra

Il lepenismo avanza nella crisi della democrazia rappresentativa

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Dopo aver presentato lo sfondo storico-politico e i contenuti de "Il Front National da Jean-Marie a Marine Le Pen - La destra nazional-populista in Francia", entriamo dentro alcuni temi del saggio, guidati dal suo autore, Nicola Genga. 

Prof. Genga, quali sono le differenze e quali le continuità tra la leadership di Jean-Marie Le Pen e quella di Marine al vertice del Front National?

Si può dire che il cambiamento in atto nel FN sia più una questione di immagine e comunicazione che di sostanza. Certamente, il fatto che a guidare il partito sia una donna è un elemento di rottura in sé, soprattutto nell’area politica della destra radicale. Ma su temi cruciali quali immigrazione, sicurezza, Europa ed euro la linea di Marine è sovrapponibile a quella di suo padre. D’altronde la successione al vertice è stata di stampo tendenzialmente dinastico. Il cerchio magico dei Le Pen è riuscito a più riprese a debellare la dissidenza interna, tarpando le ali a qualsiasi leadership alternativa a quelle della famiglia. Tornando ai contenuti, qualche differenza c’è, naturalmente. Basti pensare al peso che Marine, a differenza di suo padre, attribuisce allo Stato, e non solo alla sua autorità, ma alla sua vocazione “sociale”. Tuttavia, lo Stato sociale del FN si basa su criteri che in letteratura vengono definiti di welfare sciovinista, ossia risponde alla logica della cosiddetta priorità nazionale. Insomma il principio del “prima ai francesi”. Non si tratta, dunque, di uno Stato-provvidenza di tipo convenzionale. La stessa idea di laicità, propugnata da Marine, non rimanda tanto alla neutralità dello Stato nei confronti delle religioni bensì, più che altro, a uno scontro tra modelli di civiltà. Da un lato c’è l’occidente, cristiano e secolarizzato; dall’altro il mondo islamico, in cui la cesura tra politica e religione è più sfumata. La république cui il nuovo corso frontista si richiama è, dunque, una sorta di “repubblica dei francesi” piuttosto che la république universalistica ereditata dalla rivoluzione francese.

In particolare in che misura il carisma paterno si differenzia da quello filiale?

Il carisma è un concetto problematico, che attiene alla sfera del sacro e a mio parere viene usato con troppa leggerezza nell’analisi politica. Analizzando le forme del potere, Max Weber ne parla come di un dono che ha bisogno di riconoscimento. E in effetti il carisma si esprime sempre in una relazione: non dipende solo dalle qualità del leader, ma dal fatto che ci sia qualcuno che le riconosce in un determinato contesto. Oggi, Jean-Marie Le Pen viene universalmente considerato un leader carismatico. Ma a ben guardare, il Front national è rimasto invisibile per tutti gli anni ’70, nonostante fosse lui a guidarlo. Il partito è emerso nel sistema politico francese solo quando si sono create alcune condizioni socio-politiche: crisi economica, immigrazione crescente, difficoltà della sinistra al potere nel gestire quella situazione così complessa. Negli anni ’80, il FN non è diventato rilevante grazie al carisma del suo leader, bensì approfittando della voglia di revanche della destra tutta contro Mitterrand e i socialisti al governo, e partecipando all’ampia dinamica di reazione che si è venuta a creare. Se parliamo di immagine, più che di carisma, possiamo dire che Jean-Marie è un politico classico, un ottimo oratore e una figura solidamente radicata nel retroterra conservatore del paese. Marine sembra a sua volta una incisiva comunicatrice, in grado di ampliare il sostegno dell’elettorato femminile e giovanile, oltre che intenzionata a voltare pagina su alcuni temi “scottanti” del novecento francese, dalla Seconda guerra mondiale alla decolonizzazione.

In cosa è cambiato sostanzialmente lo scenario politico francese dall’epoca del primo exploit del Fn (inizio anni ’80) ad oggi?

Negli ultimi tre decenni si è prodotta una effettiva complicazione dell’ambiente geopolitico mondiale, complici la fine della guerra fredda, l’avvento della globalizzazione, l’integrazione europea, l’adozione dell’euro, una crisi economica che pare strutturale. In questo quadro, la Francia ha visto compiersi il definitivo tramonto del partito comunista, la cui funzione tribunizia si è sostanzialmente dissolta. I neogollisti hanno conosciuto fasi di americanizzazione alternate a riscoperte della propria specificità nazionale. I socialisti soffrono da tempo dell’affievolirsi del proprio messaggio, non solo in Francia. L’assetto istituzionale, il sistema elettorale e le logiche notabilari rendono tuttavia ancora difficile da scalfire il tendenziale bipartitismo che si è assestato nella Quinta repubblica dopo il declino della quadriglia bipolare, che registrava la presenza di un centro cattolico-liberale e di un partito comunista dotati di una certa vitalità. Per cui il Front national fatica e faticherà nonostante la rilevante crescita di consensi degli ultimi anni.

Quali sono i caratteri che distinguono la proposta populista del Fn rispetto a quella del resto della destra estrema e non estrema?

È innanzitutto importante ribadire che, al di là delle sue rivendicazioni “né-né”, tipiche peraltro delle forze fasciste d’antan, quello del FN si configura essenzialmente come fenomeno di destra e, specularmente, anti-sinistra.
Di destra per l’importanza che il principio di autorità (pena di morte, chiusura delle frontiere, ordine pubblico) e l’enfasi sull’identità nazionale (difesa della tradizione) assumono nel suo messaggio. Anti-sinistra perché esprime un fermo rifiuto dell’egualitarismo e dell’universalismo. La questione è delicata e complessa, ma facendo uno sforzo di semplificazione si potrebbe dire che nel campo della destra, l’estrema destra evoca esperienze gruppuscolari, marginali, più rilevanti sul piano della gestione dell’ordine pubblico che su quello politico in senso stretto. La destra radicale invece partecipa attivamente al gioco democratico.
Ora, la destra del Front national è una destra radicale e nazional-populista, che mescola l’invettiva contro le élite, la cosiddetta casta, a quella contro gli stranieri, dagli immigrati alle tecnocrazie di Bruxelles. In quest’ottica radicalmente “sovranista”, il paese reale viene chiamato a raccolta contro il paese legale ed è invocata l’applicazione del principio di priorità (o preferenza) nazionale.Non che questo genere di rivendicazioni, in forma a volte più edulcorata, non siano presenti in alcuni settori della destra neogollista (si pensi alla corrente della droite populaire) e non lo fossero negli anni di Sarkozy all’Eliseo. Non a caso alcuni studiosi sostengono che la differenza tra destra conservatrice e destra radicale, nelle democrazie di oggi, sia più di grado che di natura.

C’è soltanto la nuova ondata xenofoba che attraversa la Francia e il mondo occidentale dietro il ritorno alla ribalta del Fn negli ultimi anni?

Il relativo successo del FN negli ultimi anni ci dice che la Francia della Quinta repubblica è attraversata da una evidente crisi, democratica e politica prim’ancora che economica. I risultati positivi del Front national alle ultime Europee del 2014 e alle scorse dipartimentali (25% dei voti), più di quelli a macchia di leopardo delle municipali di un anno fa, sono un sintomo e l’abbozzo di una risposta a questa triplice crisi che attraversa l’Europa. A guardare anche gli alti livelli di astensione (oscillanti tra il 50 e il 60%) registrati nelle elezioni, francesi e non solo, dell’ultimo biennio, si ha l’impressione che la democrazia rappresentativa, con i suoi classici attori partitici, non basti più a se stessa. Ciò non toglie che il voto al FN esprima anche una reazione alla complessità del multiculturalismo e alla sfida lanciata dalle ipotesi, per ora ancora irrealistiche, di islamizzazione della società. E tornando alla contrapposizione destra-sinistra, non deve essere del tutto casuale che il FN sia emerso negli anni ’80, con Mitterrand all’Eliseo e i socialisti a Matignon, abbia ottenuto un clamoroso accesso al ballottaggio delle presidenziali dopo cinque anni di gauche plurielle (l'alleanza dei partiti di sinistra che fu al governo in Francia dal 1997 al 2002, ndr) e ritrovi vitalità oggi, con Hollande alla guida del paese. Forse il partito dei Le Pen funziona soprattutto da catalizzatore del malcontento della “destra di popolo” nei confronti della famigerata gauche caviar (la sinistra radical-chic, ndr).

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