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Augusto Conte: mio fratello vittima dell’Isis

Orazio Conte visto da molto vicino

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Le prime vittime italiane della guerra dell’Isis (e dei gruppi affiliati) contro l’Occidente infedele non erano prigionieri, decapitati in mezzo al deserto dopo  essere stati costretti ad indossare tute arancioni, o piuttosto sparati alla nuca da baby miliziani più fanatici dei miliziani adulti. Non erano attivisti, od operatori dell’informazione cacciatisi nei guai.

Non se l’erano cercata: nella Tunisia che è stata loro fatale, c’erano andati come turisti aggregati ad una comitiva dopolavoristica. Per molti era la prima volta in un luogo affascinante e misterioso come l’Africa (sia pure la Vicina Africa), forse l’unica possibilità che la vita riservava loro di vivere almeno l’anticamera dell’avventura. Per la maggior parte, è stata l’ultima volta. A modo loro, sono stati degli eroi: sono caduti, pur  senza volerlo, sotto i colpi di una presunta superiorità culturale barbara e folle, che profana i luoghi della storia e dell’arte. Inconsciamente sono morti, al cospetto e all’ombra  dei grandi mosaici romani del Tritone e della Venere tra le centauresse, anche nel nome di Nimrud, di Hatra e del museo archeologico di Mosul.

Orazio Conte, ingegnere catanese trapiantato a Torino da quarant’anni, è uno di loro, più precisamente il primo nome accertato nel bilancio delle vittime. Nomen omen, da amante dell’arte e della cultura, anche  classica, cercava di cogliere l’attimo buono per approfondire le sue conoscenze archeologiche. Invece, suo malgrado, seguire quell’istinto del carpe diem lo ha portato ad afferrare  l’occasione (forse irripetibile) di diventare un martire del terrorismo che uccide anche la storia e anche l’arte. Suo fratello Augusto – altro nomen omen  – al pari del buon imperatore romano che fu il protettore di Orazio, si pone ora come missione quella di proteggere il ricordo fraterno, e di onorare la memoria del suo sacrificio. Un sacrificio, iniziato con un viaggio. Tutt’altro che rischioso.

Augusto, tuo fratello Orazio ha pagato a carissimo prezzo la sua voglia di viaggiare.

Non credo sia una colpa viaggiare, o che si debba pagare un prezzo. Orazio si muoveva parecchio, e spesso anche per mare. Non si creda, però, che viaggiasse sempre per puro diletto: il viaggio, in effetti, era una parte importante del suo lavoro di ingegnere. Numerose volte, anzi, non scendeva neppure dal ponte della nave, impegnato com’era nella sua stanza a finire calcoli e progetti. Così, quando gli chiedevo, per esempio, “Com’erano le Canarie?”, lui rispondeva: “E che ne so? Chi le ha viste?”. Quindi un viaggiatore, certo, ma tutt’altro che un turista per vocazione. Che io sappia in Tunisia non era mai stato, prima di quel giorno fatale. Ma quella fu la prima vera vacanza della sua vita. Il dopolavoro del comune di Torino, dove lavorava la moglie, mia cognata Carla Bottari, aveva organizzato una crociera a cui aderirono molti dipendenti comunali, e Orazio, su invito di Carla, accettò volentieri di aggregarsi alla compagnia. Sentiva il bisogno, in quel momento, di staccare la spina, e di concedersi una vacanza con la moglie. Quella fu l’unica volta che lasciò il computer a casa. Fino a Tunisi la crociera procedette tranquillamente: prima di arrivare nella capitale africana la nave, partita da Savona, aveva fatto scalo a Roma e poi a Palermo. La visita al Bardo, suppongo fosse una tappa irrinunciabile del programma: ma chi poteva aspettarsi che proprio lì sarebbe successo  quello che è successo? Fino a pochi istanti prima dell’irruzione dei miliziani, gli unici pericoli che si potevano temere lì dentro erano la sindrome di Stendhal e l’affaticamento da museo: mio fratello, immagino fosse al settimo cielo, da amante dell’arte e della cultura qual era. Ecco, mi viene da concludere con amarezza che la sua morte sia un effetto collaterale di una politica internazionale evidentemente sbagliata

Che cosa ti aveva detto Orazio di quel viaggio, prima che partisse?

Orazio si era trasferito a Torino dai tempi in cui studiava al Politecnico, io sono rimasto a Catania con la mia famiglia. Quindi, data la distanza, ci sentivamo quando potevamo. A febbraio, però, sono riuscito a trovare il tempo e l’energia di salire su e di andarlo a trovare, in occasione della laurea in Architettura del secondo figlio. Mi aveva raccontato dei tanti suoi viaggi (viaggi di lavoro, naturalmente), ma del fatto che si preparava a farne un altro, cioè quello che gli sarebbe risultato fatale, non mi aveva detto niente. Quell’immotivata aura di segretezza, a ripensarci col senno del poi, poteva essere una sinistra premonizione. Fatto è che seppi di quella crociera ormai a cose fatte. Fu il primogenito di Orazio a darmene notizia per telefono il pomeriggio del 18 marzo: dalla sua voce appresi, in un colpo solo, che Orazio e Carla si trovavano in Tunisia e che erano stati presi prigionieri dai terroristi.

Tuo fratello che idea aveva del terrorismo, prima di quel terribile 18 marzo?

L’idea che aveva Orazio riguardo a questa questione coincideva al 90% con quella che ho io. Il terrorismo, ad esempio quello religioso, è un’attività praticata da persone lucide, razionali, che sfruttano e manovrano la fede di masse di persone che, invece, non hanno alcuna razionalità. Ma, da ex focolarino sensibile al dialogo tra religioni, mi permetterei anche di aggiungere – e Orazio sarebbe d’accordo con me – che il terrorismo è prima di tutto un cancro che andrebbe combattuto con tutte quelle tecniche che si usano in medicina: identificazione , localizzazione, asportazione, chemio mirate sulle cellule a crescita rapida, riduzione della crescita delle stesse,  e tutto il resto. Ah, ho dimenticato prevenzione: quella che avrebbe dovuto fare anche il governo tunisino, che diventa quindi correo dei carnefici.

C’è più paura, in Italia, dopo il 18 marzo?

Questo non saprei dirlo. Io so soltanto che, dopo quel giorno, orrori che mi sembravano lontanissimi li sento ormai bussare alla porta di casa. Sì, da questo punto di vista il mondo mi sembra diventato più piccolo.
 

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