Brunetti: all'origine del documentario c'è sempre una storia

Primum scribere, deinde cinematographari

pubblicato il 14/02/2015 in Interviste da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Raffaele Brunetti

All’incrocio tra reality dramalive storytelling si trova il documentario più vicino alla forma di narrazione cinematografica: laddove la vita non è rappresentata (simulata) per fiction, bensì documentata in quanto “testimoniata”, nel suo svolgersi davanti all’occhio della telecamera che interpreta lo sguardo di tutti noi. Ė evidente che questo tipo di documentario è essenzialmente “umanistico” o, se si vuole esagerare, socratico, perché ha al centro l’uomo - perlopiù quello comune, oppure l’uomo celebre, o il grande eroe della storia, visti oltre lo steccato della celebrità o del mito - e le sue vicende reali. Ma è veramente documentario tutto ciò che non è umano, anche se trattato in maniera documentaristica? Ė veramente nella natura documentaria nel senso suo più proprio il carattere didascalico, divulgativo, educazionale, o si tratta di prodotti che hanno solo la stessa forma del documentario, ma appartengono ad un genere diverso? Di certo ci addentriamo in un terreno molto vasto: parliamo dell’anello di congiunzione tra il film di finzione e il prodotto audiovisivo a scopo didattico, antico quanto il cinema (se guardiamo ai primi film lumieriani, dobbiamo in effetti convenire che il cinema nasce documentario). Per Raffaele Brunetti, documentarista sulla breccia dal 1987 con produzioni per il grande e il piccolo schermo, il documentario è racconto di storie umane secondarie, periferiche ma laceranti –una delle sue vocazioni più autentiche è certamente quella del documentario terzomondista, come dimostrano alcuni tra i titoli più importanti della sua filmografia, Mitumba e Hair India -,  oppure di storie segrete, dimenticate, all’ombra della Grande Storia, come l’ultima, convulsa  stagione politica e di lotta di Ernesto Guevara e il soggiorno caprese di Lenin (in un certo senso, per Brunetti,  anche una sorta di recherche proustiana, essendo egli  di Capri ed avendo assorbito sin dall’infanzia le suggestioni di un racconto diventato presto quasi leggendario). Nella sua ricerca filmica non manca naturalmente Napoli, ricerca che si allarga anche in tv (Il boss delle cerimonie). Ma se gli chiedessimo di individuare dei paletti, in un discorso più ampio, al genere del documentario, che cosa ci risponderebbe? 

Raffaele, come si costruisce un documentario? Più o meno come un film? L'espressione "sceneggiatura del documentario" ha senso o è impropria?

L’espressione, in sé e per sé, mi sembra assolutamente propria. Impropria è, piuttosto, l’opinione diffusa che il documentario non si debba scrivere: al contrario, il documentario ha sempre bisogno di una scrittura. Esattamente come si fa nel cinema di finzione, possiamo parlare tanto di “soggetto” quanto di “sceneggiatura” e di “trattamento”. Dobbiamo sviluppare un progetto di racconto da tradurre poi in passaggi visivi, e il testo scritto – come lo è per qualsiasi altro tipo di film – è senz’alcun dubbio fondamentale.

E' sempre l'intervista la regina dei materiali di cui si compone un documentario?

Le interviste sono certamente importanti nella preparazione e nella realizzazione di un documentario, ma possono anche non essere l’elemento decisivo. Questo prova, se ce ne fosse ulteriore bisogno, che il documentario è, tra tutti i generi audiovisivi, quello meno facilmente codificabile. Tra noi addetti ai lavori, in effetti, c’è sempre una disputa molto accesa su che cosa debba definirsi documentario in base ai suoi “ingredienti”. Personalmente io non sono per il taglio netto, per il bianco o nero, per la fiction o non-fiction: io penso che queste due componenti possano, debbano coesistere. E' soltanto per una questione di comodo che poi, magari, ci si mette d'accordo su un'etichetta contenutistica che, tengo a precisarlo, è soltanto una formula “evocativa”, ma non ha un reale significato ai fini della catalogazione: sto parlando di ciò che chiamiamo cinema (o tv) verità; a limite, una definizione utile a farci capire che in un documentario ciò che si mostra, che sia "naturalistico" o ricostruito, non deve mai perdere di vista il fine ultimo di far comprendere la realtà.  

C'è un genere di documentario che consiglieresti particolarmente di praticare a chi inizia a fare il documentarista?

Al centro di ogni documentario c’è sempre la volontà, e l’esigenza, di raccontare una storia: il genere, per così dire, sarà il contenitore che meglio si attaglia al contenuto (cioè alla storia) che il documentarista ha scelto.

Quali sono  le differenze e i punti di contatto tra inchiesta giornalistica e documentario?

Un’inchiesta giornalistica, generalmente, deve dare delle risposte. Al documentario spetta, invece, porre delle domande, scuotere le menti, far riflettere. L’inchiesta è una pista battuta fino al traguardo; il documentario è un sentiero su cui si è appena cominciato a camminare.

Il film è un romanzo, il documentario è un saggio o un manuale. Sei d'accordo su queste equivalenze?

Nient’affatto. Per me il documentario non solo è un romanzo, ma, proprio alla luce di quanto detto prima, è anche uno di quelli più avvincenti: perché è un romanzo che, per così dire, ha un finale… sempre aperto!

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