Diciamolo subito. Come in letteratura ci sono i lettori puri, che non hanno ambizioni letterarie e rappresentano il vero pubblico a cui si rivolge ogni scrittore, così nel cinema ci sono gli spettatori puri, quelli che non vogliono fare né i registi né gli sceneggiatori ma di un’opera su grande schermo sanno apprezzare meglio di altri pregi e difetti: e questo proprio perché hanno la passione per la visione filmica. Dunque, stabilito che il gusto autentico per la lettura e quello per il cinema non hanno pretese, non vogliono arrivare da nessuna parte, il lettore e lo spettatore “impuri”, cioè tutti coloro che leggono libri e vedono film per diventare “addetti ai lavori”, o perché lo sono già, avranno la stessa passione di chi vuole serenamente stare fuori dal “sistema”? In ogni caso, neppure loro possono esimersi dal leggere libri e dal guardare film: magari li studieranno, anziché fruirli piacevolmente. Nel caso degli sceneggiatori e/o aspiranti tali, che è poi quello che ci interessa in questa sede, è anche consigliata la visione dei dvd, più precisamente della sezione che suddivide il film in capitoli (è un modo per impratichirsi a livello domestico con la cosiddetta “scaletta”). Popcorn e taccuino, insomma: ma anche al cinema, magari un po’ defilati, come agenti segreti al servizio dell’arte. Si lasci volentieri agli spettatori puri il centro della platea, e una provvista di snack più sostanziosa: chi va al cinema per fare cinema non deve limitarsi ad ammirare e contemplare, deve provare a smontare il giocattolo, e poi a rimontarlo. E più si abitua ad individuare dietro un film, mentre lo vede, la struttura intorno alla quale si aggregano, in numero variabile, quegli elementi emotivi detti “scene”, più sarà tecnicamente in grado di scriverlo, un film. Questo è anche il consiglio di Alessandro Bencivenni, sceneggiatore di raffinata cultura autoriale che si trova a suo agio anche nel nazional-popolare. Gli studenti della scuola di cinema e televisione della Luiss (una delle sue esperienze didattiche) lo ricordano bene per la sua preferenza verso i film inglesi in lingua originale, con i sottotitoli in italiano, oggetto di esercitazioni rispetto a quanto dicevamo prima. Chi scrive lo ricorda anche per una regola che chiunque dia la sua penna al cinema dovrebbe tenere presente: e cioè che la penna, in un lavoro di sceneggiatura, è proprio l’ultima cosa a dover essere alzata. Soggetto, trattamento e sviluppo delle scene (e, naturalmente, scaletta), per quanto possano sembrare l’intero iter produttivo di una sceneggiatura, sono in realtà soltanto la punta dell’iceberg di un processo creativo che parte da molto prima, e che è quasi interamente orale. Non solo: si svolge anche in gruppo, perché, si sa, alla fine lo sceneggiatore che voglia esser tale, non deve confrontarsi solo con le sue idee, ma anche con quelle dei colleghi con cui è chiamato a collaborare. Arriva però un momento in cui, anche nel cuore del gruppo più popoloso, lo sceneggiatore deve appartarsi, e resta solo davanti alla pagina bianca. E allora? E allora, quando arriva quel cruciale momento, non può fare altro che chiamare a raccolta la sua arte per cercare di mettere insieme la a con la b e la c. Appigliarsi ai fondamenti della sceneggiatura. A suo beneficio, ne ricordiamo brevemente qualcuno, con il nostro cicerone d’eccezione.
Prof. Bencivenni, ante cinema theatrum fuit. Che differenza c’è tra testo teatrale e sceneggiatura cinematografica? Si può dire che la seconda è un’evoluzione del primo?
In realtà ci sono molte parentele, a cominciare dalla struttura stessa del film (il cosiddetto paradigma), che è figlia della scansione in tre atti del teatro borghese dell’Ottocento: presentazione, sviluppo e risoluzione del conflitto. Detto questo, credo però che ci siano più affinità narrative fra cinema e romanzo che fra cinema e teatro. Se non altro perché, come consumatori di immagini, i romanzieri moderni (specialmente coloro che si dedicano alla letteratura da intrattenimento) tendono a sviluppare il racconto in maniera molto visiva.
Si può dire che il teatro è interamente fondato sulla parola mentre nella sceneggiatura la parola è accessoria a ciò che si vuole far vedere o rappresentare?
Definizioni assolute è difficile darne: le differenze fra regista e regista sono spesso abissali. Ci sono autori nei quali la parola appare più accessoria ed altri che amano far parlare moltissimo i loro personaggi. Direi però che, in generale, i dialoghi cinematografici tendono ad essere più essenziali e scanditi da un ritmo più serrato. La durata stessa delle scene cinematografiche tende oggi ad essere sempre più breve.
Al di là dei canoni formali, quali sono gli ingredienti che fanno di una scena una scena perfetta o comunque ben riuscita?
Al di là degli accorgimenti tecnici e di mestiere, quello che alla fine resta di una scena è la carica emotiva. E, di solito, più si rivede un capolavoro più se ne apprezza la semplicità.
Il mestiere dello sceneggiatore si vede più nell’adattare un soggetto altrui o nel crearlo di sana pianta?
Credo che si trovino sullo stesso piano. In questo senso, trovo giusto che gli Oscar riconoscano pari dignità alla sceneggiatura desunta e a quella originale. Per fare un esempio concreto, difficile fare una graduatoria fra i vincitori dell’ultima edizione (Spike Jonze con la sceneggiatura originale di Her e John Ridley con l’adatamento di 12 anni schiavo), anche se personalmente ho un debole per la prima. Una sceneggiatura tratta da un testo preesistente è molto più che una semplice trasposizione: è la traduzione in un’altro linguaggio.
Per un attore spesso si dice che è più difficile essere comico che drammatico; vale anche per lo sceneggiatore?
Su questo argomento sono un po’ di parte, visto che personalmente mi sono dedicato alla comicità. Diciamo che in teoria la perfezione sarebbe riuscire a coniugare entrambi. Personalmente credo che la sceneggiatura più bella mai scritta sia quella di Luci della città di Chaplin: un capolavoro al tempo stesso comico e drammatico, che vanta dialoghi bellissimi pur essendo un film muto.

