LA MODA ETICA O QUASI

Ne abbiamo parlato con Nicola Paparusso docente di Sociologia della Moda e fondatore della Moda Veste la Pace

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 27/10/2021 in Interviste da Gioia Mercuri
Condividi su:
Gioia Mercuri
lo scrittore Nicola Paparusso docente di sociologia della moda

Lo shopping è esaltante, ma possiamo affermare che è uno dei motivi più forti di allarme inquinamento per il nostro pianeta. La moda etica, invece, si pone come obiettivo quello di cambiare la nostra vita in maniera sostenibile attraverso delle pratiche rispettose della natura e nuove regole. Il fashion system come è oggi, cerca di soddisfare le richieste e i differenti gusti dei propri clienti attraverso processi che inquinano l'ambiente. Infatti, si piazza al secondo posto dopo la produzione del petrolio come maggior pericolo per la terra. Dalla produzione tessile al reperimento delle materie, passando per il commercio e l'utilizzo finale, la filiera moda consuma tantissime energie che sono le dirette responsabili delle emissioni di carbonio, di gas di scarico e di rifiuti delle combustioni. Diminuire l'inquinamento ambientale, insieme alla lotta contro il virus Covid-19, sono le battaglie prioritarie per il nostro Pianeta.

Affrontiamo il problema con Nicola Paparusso docente di sociologia della moda e fondatore della Moda Veste la Pace  il progetto di African Fashion Gate che vede il suo svolgimento al Parlamento Europeo di Bruxelles e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri a Roma.

 

 

La sociologia dedica una cattedra alla moda. Non è un eccesso di attenzione?

La moda è sempre associata all'idea di cambiamento e si sviluppa con l'emergere di mutamenti economici politici e sociali diventando uno strumento individuale nella lotta al riconoscimento. 

La sociologia, si pone nello studio dei fenomeni collettivi prestando interesse verso questioni che prima non venivano considerate degne di studio. 

I miei corsi esplorano i diversi significati sociali, culturali, economici e politici associati alla moda.

 

 

 

Per la moda è importante cercare altre strade, che rispettino il luogo in cui viviamo?

Si e la moda etica e sostenibile è una delle risposte. Molti dei suoi brand hanno sposato una visione più ecocompatibile, mettendo in atto standard di produzione più etici. Pensiamo a Giorgio Armani o ad Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, che hanno ridimensionato tutto il comparto, e il suo folle ritmo, andando verso una direzione eco-sostenibile soprattutto nella qualità e durabilità degli abiti.

 

 

 

Termini come "commercio equo e solidale" e "moda sostenibile" sono ormai pronunciati da tanti e spesso, ma cosa significano esattamente? 

Per rispondere a questa domanda, devo necessariamente spiegare prima cos'è la "fast fashion". Questo termine si riferisce al fenomeno di ricreare la moda da passerella, in modalità low-cost e veloce. Per soddisfare una domanda così elevata a rimetterci, però, è la qualità dell'indumento, dell'ambiente e delle vite umane coinvolte nel processo di produzione che molto spesso vengono sfruttate, approfittando della manodopera a basso costo all'estero. L’obiettivo che la moda di oggi ha perseguito, senza porsi le giuste domande e ignorando le regole della natura, è stato perseguire il guadagno producendo in modo massiccio capi cheap.

 

 

Quali sono i danni che provoca il fast fashion?

Intanto possiamo affermare che i danni sono sicuramente sconcertanti. Giusto per comprendere il fenomeno posso asserire che il 20 per cento dell’inquinamento delle acque mondiali è dovuto alla produzione di abbigliamento. Ogni secondo viene buttato in discarica l'equivalente di un camion di spazzatura pieno di vestiti e meno dell'1 per cento del materiale usato per produrre abbigliamento viene riciclato. 

 

Cosa può fare la società per imporre alla filiera moda un cambiamento? 

Intanto potrebbe rifiutare un certo tipo di merce che implica inquinamento e sfruttamento delle condizioni lavorative. Se mutano i comportamenti di acquisto di ogni singolo consumatore, anche gli stessi produttori saranno costretti a cambiare. La battaglia per una moda più etica è lunga, ma non impossibile. Oggi c’è più sensibilità e mobilitazione.  Persino la Regina Elisabetta II d'Inghilterra ha bandito le pellicce dal suo guardaroba. Anche noi possiamo rivoluzionare il nostro armadio: compriamo meno, meglio e facciamolo durare. Non buttiamo ma ricicliamo. Quando entriamo in un negozio, chiediamo garanzie. 

 

 

PARTECIPA AL GIORNALE

Sei già registrato?

Accedi con login e password