Alessandro Mario, orgoglio siciliano tra teatro e tv

Alessandro Mario da Montalbano a Verga: finalmente siciliano

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 25/07/2017 in Interviste da Andrea Cassaro
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Andrea Cassaro
Nella foto - Alessandro Mario

Puoi anche avere una faccia da siciliano, ma conservare un’impronta, uno stile, un modo di essere che non tradisce mai le tue origini - anche quando diventi icona di un prodotto televisivo che di siciliano ha poco o nulla - è un obiettivo tutt’altro che facile. Alessandro Mario lo ha raggiunto senza forzature, senza ingannare se stesso ed il suo pubblico. L'attore destinato a entrare in tutte le case d'Italia con Centovetrine aveva già messo in valigia la propria sicilianità come se fosse il più naturale dei gesti dopo il liceo, quando lasciò Agrigento, sua città d'origine, per trasferirsi prima a Roma e cominciare col teatro e la televisione e poi in America, con alcune incursioni nel cinema d’autore. Eppure ha dovuto attendere questa stagione - la più importante a detta sua - per consentire finalmente alle sue origini di mostrarsi completamente. E’ stato possibile grazie ai più recenti personaggi che ha interpretato, in teatro, come protagonista nella Lupa di Giovanni Verga al fianco di Lina Sastri e poi in TV, dove lo vedremo nei prossimi mesi, in un nuovo episodio della serie del Commissario Montalbano e infine nella fiction Mediaset “Sacrificio d’amore”.

Sarà quindi una riapparizione in tv che ha il sapore del ritorno alle origini?

«Esatto, quelle origini che fecero nascere, da giovanissimo, la mia passione per la letteratura, il cinema e il teatro. Fino ad ora non avevo mai interpretato personaggi siciliani. Marco Della Rocca in “Centovetrine” o Duccio ne “Il bello delle donne” ad esempio, diventati conosciutissimi, non avevano nulla di siciliano, così come il personaggio che mi ha emozionato di più interpretare, Bartolomeo Vanzetti nel film americano “No God, No Master” (uscito nel 2012, ndr) come sappiamo tutti era di origini piemontesi. Ho dovuto attendere parecchio per tornare, in qualche modo, ad essere 'un ragazzo di Sicilia'. La prima occasione è stata la tournée de “La Lupa” di Lina Sastri, un'artista che ha dato un’impronta emotiva straordinaria a quest'ultima versione dell’opera di Verga. Ogni sera a teatro quella Sicilia lontana nel tempo tornava viva e immutata, in me e in Lina».

Di cosa è fatta questa Sicilia immutabile?

«Di valori, di sudore sulla fronte, di orgoglio, di passione per il lavoro, di sentimenti forti. Ed è fatta soprattutto di dignità».

Una saggezza che traspare anche attraverso i tuoi personaggi più recenti?

Assolutamente si. Anche in questo nuovo eposodio del Commissario Montalbano, che s’intitola “Amore”, è facile accorgersi della profondità dei siciliani. Il mio personaggio da un lato mi ricorda alcuni ragazzi, che potrei definire affascinanti e presi da se stessi, in cui mi sono imbattuto durante l’adolescenza vissuta ad Agrigento. La strafottenza che li caratterizzava e li rendeva interessanti ai miei occhi in realtà era solo un velo sottilissimo che nascondeva, neanche tanto bene, personalità molto sensibili e affatto superficiali. La verità è che un siciliano non può mai essere superficiale, altrimenti ne soffrirebbe».

Questa dedizione, questa passione siciliana per il lavoro e per un artista dunque verso la propria arte non rischia a volte di fargliela amare così tanto al punto da isolarsi?

«C’è, a tal proposito, un caso letterario, che riguarda proprio questo aspetto. Mi riferisco al romanzo più famoso di Gesualdo Bufalino: “Diceria dell’untore”. L’amore dello scrittore per il suo manoscritto lo convinse a tenerlo chiuso in un cassetto e a riprenderlo continuamente per migliorarne la stesura finale. Una scelta che lo appagava seppur rinunciando, addirittura, alla pubblicazione. E’ anche questo che l’artista deve fare per migliorare se stesso: cercare la perfezione sapendo di non poterla mai raggiungere. Bufalino fece così fino a quando Leonardo Sciascia non gli diede un giorno lo stimolo giusto per uscire allo scoperto e far conoscere al mondo ciò che ormai era pronto per essere raccontato. Gli inglesi lo chiamano “late bloomer”: una personalità che sboccia tardivamente. Noi siciliani abbiamo una timidezza, un rispetto e una dedizione per il lavoro paragonabile a quei sentimenti talmente incubati e sviluppati nel tempo che finiscono per esplodere con forza dirompente». Ma per esprimere il proprio potenziale, spesso, è necessario che qualcuno sia in grado di scoprirlo, di crederci e di valorizzarlo.

E’ accaduto questo con Alberto Sironi? «Lui è un grande regista, con quel sano rigore che sul set fa bene alla creatività. E’ capace di fare in modo che le cose vadano sempre nella direzione che vuole. Ma soprattutto dagli attori ottiene ciò che gli serve, in ogni occasione. Ha amato, almeno così mi ha detto, quella sicilianità che non avevo mai espresso fino ad ora. Sironi ha la sensibilità, la curiosità e quello sguardo un po’ fanciullesco che gli consente di riconoscere e valorizzare il talento degli altri ».

Oltre al Commissario Montalbano sarai anche nel cast della fiction “Sacrificio d’amore”.

«Lì si racconta della mafia del primo dopoguerra e io sarò un boss dall’indole controversa e ironica al tempo stesso. Gli autori hanno voluto evidenziare proprio questo aspetto ironico e la cosa mi è piaciuta molto.

Quando ti rivedremo in televisione?

Montalbano andrà in onda nel 2018. Al momento non posso essere più preciso su Sacrificio d'amore. Ma è molto stimolante, per me, essere tornato sul piccolo schermo in una fase così importante di rigenerazione televisiva, sia in Rai che in Mediaset».

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