Qualcuno si ricorda di “Alì il chimico”, l’ex braccio destro di Saddam Hussein?
Ebbene, “gasatori” del suo calibro potrebbero nascondersi anche nell’esercito dell’Isis. Questo è proprio l’allarme che è stato lanciato dal capo dipartimento per la non proliferazione delle armi chimiche del ministero degli Esteri russo, Mikhail Ulianov. I suoi timori sono stati raccolti da Itar-Tass, l’agenzia di stampa ufficiale russa.
“Si sono registrati molti casi di uso di armi chimiche da parte dell’Isis, in Siria e in Iraq. E non si tratta, si badi bene, semplicemente di cloro, ma di materiali pesanti, iprite e lewisite, che lascerebbero presupporre un Califfato già molto avanti nella tecnologia necessaria per produrli”. Da mesi, ormai, il Cremlino è a fianco dell’esercito di Assad nella lotta ai miliziani del Califfato sul suolo siriano, dunque non c’è ragione di dubitare sulle informazioni in possesso di Ulianov.
Ma non può non preoccupare il fatto che il suo discorso si allarghi oltre il territorio di competenza operativa russo-damascena, e riguardi anche l’area ormai da qualche decennio presidiata e/o ri-presidiata da americani, alleati e peshmerga: l’Iraq. Solo nel mese di agosto almeno quattro attacchi a base di iprite sarebbero stati condotti nella provincia di Erbil.
Buone notizie, invece, sul fronte dello smaltimento delle armi chimiche da parte del governo di Damasco, un’operazione cruciale di cui Mosca si è fatta garante. “Le armi – aggiunge Ulianov – sono state portate fuori dal Paese. Al momento sul suolo siriano è rimasto solo l’1% del totale delle munizioni, pronto per essere distrutto.”
Per quanto riguarda invece i siti di produzione di armi chimiche, ne sono stati distrutti 11 su 12 (5 tunnel sotterranei e 6 hangar rinforzati).

