Nucleare Iran, sì all’accordo da Senato

Il leader democratico appoggia presidente

pubblicato il 26/08/2015 in Dal Mondo da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Barack Obama

Accordo di Vienna sul nucleare iraniano: il Senato,quantomeno nella sua parte democratica,  è con Obama.

Lo ha annunciato ufficialmente lunedì 24 agosto Harry Reid, il leader del partito dell’Asinello presso la camera alta del Congresso Usa, nell'ala nord del Campidoglio a Washington (l’equivalente del nostro Palazzo Madama). Considerato che non dovrebbero esserci problemi relativamente all’appoggio in materia anche da parte della componente democratica in seno alla Camera dei Rappresentanti (ala sud del Campidoglio, come a dire il Montecitorio degli yankees),  si può dire che al 95% viene così ad essere scongiurato lo spiacevole, antipatico scenario per cui un presidente vede il partito a cui appartiene erigere le barricate contro di lui.

Il passo è epocale, d’altronde, e l’unità di intenti fondamentale: dal Parlamento a stelle e strisce si attende infatti la ratifica dello storico trattato che, il 14 luglio scorso, sembra aver messo la parola fine (fremiti israeliani permettendo)  ai timori e tremori internazionali relativi alla questione dello sfruttamento dell’energia atomica da parte di Teheran.
Paradossalmente, il vero scoglio per il presidente Obama era proprio questo: ricompattare il suo stesso partito in vista del decisivo appuntamento. 

Per lenire i “bollori” oppositivi della maggioranza repubblicana nelle due ali del Congresso, infatti, gli basterà – una mossa, questa, meditata già da parecchio tempo – esercitare quel “potere di veto” che la Costituzione americana riconosce al Presidente, nel caso in cui un provvedimento di primario interesse nazionale e internazionale incontri la bocciatura della massima assemblea legislativa americana.  

Forte di questo potere, Obama potrebbe praticare tre strade, tutte più o meno vincenti: accettare e firmare la “resa” del Congresso che gli presenta un documento in tutto e per tutto concorde con la sua linea d’azione; rifiutare un testo eventualmente contrario ai suoi obiettivi, e rispedirlo alle Camere per un nuovo esame, e così continuare ad oltranza, fino ad addivenire ad un testo approvabile (c’è da dire, però, che questa strada non è priva di rischi, poiché in tal caso il rifiuto presidenziale può essere automaticamente superato, qualora ciascuna delle due Camere voti con maggioranza dei due terzi); oppure non fare nulla, cioè non firmare né porre veti, e congelare tutto per dieci giorni, domeniche escluse.

Quest’ultima opzione nel linguaggio corrente è chiamata anche pocket veto, perché sembra quasi che sia un'arma segreta che il Presidente sfodera dalla tasca; e che in tasca gli consente di mettere la vittoria; in realtà, però, anche qui c’è un’insidia di non poco conto. Trascorsi quei dieci giorni abbondanti, infatti, il Presidente vince  solo se il Congresso ha sospeso le sue attività: in tale situazione il testo presentato viene a decadere automaticamente e si ricomincia da capo. Nel caso contrario, invece, il disegno di legge, fermo restando il parere inespresso del Presidente, diventa automaticamente legge.

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