Marikana: dove uno sciopero di minatori fu represso nel sangue dalla polizia.
Quasi una quarantina i lavoratori morti negli scontri con le forze dell’ordine. Una delle pagine più nere del Sudafrica post-apartheid, che per poco più di un mese (10 agosto-20 settembre 2012) sembrò risprofondare nell’odio sociale tipico di quel periodo.
Ma non più bianchi contro neri, neri contro bianchi: in quei giorni di quella che sarebbe stata la penultima estate vissuta da Nelson Mandela si trovavano contrapposti gli operai e i loro rappresentanti sindacali da un lato, i padroni della miniera e i poliziotti dall’altro. Quella di Marikana è una miniera di platino, di proprietà dell'azienda britannica Lonmin.
Ma “gli agenti di polizia non avrebbero dovuto muoversi, tempistiche e modalità del loro intervento furono tutte sbagliate”, ammette tre anni dopo il presidente sudafricano, Jacob Zuma, leggendo, davanti alle telecamere della tv nazionale, e in presa diretta, un rapporto della commissione d’inchiesta sui fatti di Marikana. Seicento pagine: una lectio magistralis dietro cui Zuma può mascherare un mea culpa di Stato.
Tra una cifra snocciolata e l’altra, infatti, il presidente non si esime di fare notazioni di aperta condanna rispetto a quanto accaduto: “L’incidente di Marikana è stato un vulnus per la democrazia sudafricana. Tutti i lavoratori hanno il diritto di protestare e di scioperare in modo pacifico”. Quelli della mimiera della Lonmin lo facevano per ottenere un aumento di stipendio.
Riepiloghiamoli anche noi, i numeri di quei dies irae. Tra il 12 e il 14 agosto si ebbero circa dieci morti, tra cui quattro minatori e quattro poliziotti. Il 16 agosto, in un solo giorno, furono uccisi trentaquattro lavoratori dalla polizia armata di fucili mitragliatori R5; settantotto loro compagni rimasero feriti. Nei giorni seguenti le morti diminuirono, ma non cessarono.
Alla fine, quando si giunse al tavolo delle trattative, il numero complessivo dei caduti era salito a quarantasette.

