Il Gran Mufti ha “graziato” Mohamed Morsi.
In virtù del suo verdetto, che in teoria non è vincolante ma di fatto ha sempre un peso fondamentale, il Tribunale penale del Cairo ha infatti convertito in ergastolo la condanna a morte ai danni dell’ex presidente egiziano. L’annuncio dal presidente del Tribunale in diretta tv, martedì 16 giugno: forse, però, un esito come questo, si poteva anche immaginare.
Era prevedibile che le autorità del nuovo corso politico-giudiziario egiziano, alla fine, avrebbero deciso di non fare di Morsi un martire della causa dei Fratelli Musulmani:in effetti, scegliere la via della "eliminazione di Stato" avrebbe avuto come conseguenza anche quella di esacerbare l’animo dei compagni di lotta politica del deposto capo di Stato. Meglio un leone in gabbia che milioni di iene che si riversano in piazza, pronte a seminare il terrore in tutto il Paese, brandendo le due proverbiali scimitarre nel nome del rosso Corano.
Però, c’è anche il rovescio della medaglia. Morsi, e altri centocinque dei suoi colleghi di militanza, in effetti erano stati condannati proprio perché erano evasi da un carcere, e a loro volta per aver fatto evadere numerosa altra gente del loro stesso gruppo. Lasciare Morsi vivo, ma dietro le sbarre, visti i precedenti non garantisce dunque l’archiviazione di ogni pericolo: a meno di non voler considerare le virtù escapistiche del condannato, e dei suoi sodali e maggiori partigiani. Era il 2011: e da un’evasione prese il via la rivoluzione che spazzò via trent’anni di potere mubarakiano. E l’illusione di un ordine statuale immutabile.

