Isis, la guerra che non è mai finita.
Non in Mesopotamia né tantomeno in Siria. Nella terra di Bashar al-Assad, dove la situazione bellica, almeno a giudicare dal fatto che talvolta esce qualche aggiornamento, la situazione è meno stagnante, un raid governativo ha causato, alla fine di maggio, la morte di un buon numero di innocenti. Situazione tragicamente classica.
Ci troviamo ad Al- Shaddadi, località della Siria nordorientale nelle mani dello Stato Islamico. Qui, nel governatorato di Al- Hasakah, un elicottero dell’esercito di Damasco, che conduceva un bombardamento nel corso di una serie di incursioni aeree anti-Isis (quattro, come precisano canali di informazione locali), ha centrato un mercato ortofrutticolo cittadino e alcuni edifici negli immediati paraggi.
E non si è limitato ad abbattere banconi e palazzi: ha provocato, in realtà, l’ennesima strage di civili inermi, una settantina, secondo alcune fonti, anche di più, secondo altre. E comunque, il numero dei morti tra la popolazione risulta sempre più alto rispetto a quello dei miliziani di al-Baghdadi che si è riusciti a beccare: non più di una quarantina, ma forse anche meno, molto meno.
Lo stesso numero di morti, settanta, furono provocati dai raid aerei di Assad nell’ottobre del 2014 su un campo profughi nella provincia di Idlib. Esattamente come allora, responsabili del massacro sono state le bombe-barile (barrel bombs), ordigni semiartigianali composti da un mix di esplosivo, benzina e altre sostanze chimiche, il tutto “condito”, se così si può dire, con chiodi.

