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Strage Iraq 2007, condannati contractors

Decide giudice federale Usa

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Non sono sempre i cattivi col turbante e i versetti del Corano sotto il braccio a provocare le stragi: a volte ci si mettono anche coloro che si presentano come liberatori. 

Come avvenne il 16 settembre del 2007 in Iraq, a Baghdad: a quel tempo Talabani era il capo dello Stato e al-Maliki il capo del governo, da poco più di un anno. La lenta e difficoltosa democratizzazione dell’Iraq era ancora legata, mani e piedi, all’aiuto e alla presenza militare sul campo degli Stati Uniti, mentre vivo era ancora l’orrore per la miserabile fine di Saddam Hussein,il vero cancro della nazione, al termine di un processo il cui esito era scritto dall’inizio.

A Baghdad, dunque, cinque giorni dopo il sesto anniversario dell’attentato alle torri gemelle di New York, attentato a proposito della cui ideazione e commissione il nome di Saddam Hussein era stato uno dei primi ad essere tirato in ballo, quattro agenti di sicurezza privata americani (cioè, in sostanza quattro guardie del corpo), che erano intenti a fare la scorta ad un diplomatico del loro Paese, aprirono il fuoco in mezzo alla strada, preventivamente, senza che ce ne fosse alcun reale bisogno, ma sulla base di una fallace impressione: quella di trovarsi in mezzo ad un agguato. La diffidenza e la paura di quei mercenari nei confronti dei locali che, al loro passggio, si stavano assembrando in strada,  generò la tragedia: e per quell’erronea valutazione morirono ben quattordici persone, e altre diciassette rimasero ferite.

Gli agenti erano Paul Slough, Evan Liberty, Dustin Heard e Nicholas Slatten.Appartenevano alla compagnia Blackwater Worldwide. Per tutti la colpevolezza era già stata provata e dichiarata lo scorso ottobre. Il 14 aprile un giudice federale ha messo la parola fine alla vicenda giudiziaria dei quattro uomini:  per Slough, Liberty ed Heard sono arrivati trent’anni di carcere, Slatten invece dovrà passare dietro le sbarre il resto dei suoi giorni.

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