Come i talebani in Afghanistan. Peggio dei talebani. L’Isis continua nella sua opera sistematica di distruzione del patrimonio artistico-culturale di Mosul. E l’Occidente sta a guardare, con impotente sdegno: Dario Franceschini, il ministro dei Beni Culturali italiano, da New York, dove si trova per impegni di governo, ha così commentato: “Dopo la violenza cieca sulle persone, adesso la follia distruttrice del Califfato si abbatte sulle statue assire del museo di Mosul, che appartengono all’umanità intera”. In realtà, ci permettiamo di osservare, l’Isis ama condurre le sue stragi di civili di pari passo con le distruzioni di monumenti e opere d’arte. Al di là di tutto, comunque, le immagini del video propagandistico diffuso online il 26 febbraio sembrano ribadire, una volta di più, l’urgenza di sottrarre al possesso dell’Isis la città erede dell’antica Ninive, dove gli uomini di al-Baghdadi si sono insediati dallo scorso giugno, facendone la loro capitale. Ne va di un pezzo della memoria del mondo, ne va dei libri di storia, ne va dei cataloghi di archeologia.
Col pretesto che l’Islam proibisce raffigurazioni di divinità e animali, i miliziani hanno fato un blitz nel museo di Mosul e hanno preso a picconate preziosissimi capolavori dell’arte assira, bassorilievi a tema faunistiche e simulacri di dei: tra esse la preziosissima statua della dea Nergat rappresentata come un toro alato. L’Isis ha intitolato il video “Promozione dei valori e della virtù”, ma, in fondo, sono solo pochi fanatici coloro che in esso possono vedere il trionfo della potenza dell’Islam; di sicuro molti di più saranno gli spettatori che in quelle immagini colgono un sos involontario alla coscienza del mondo. Ad ogni colpo di piccone il messaggio nascosto, che sembra uscire direttamente dall’anima di pietra delle statue, è “Fate presto”. Esattamente come fanno i migranti alle viste di Lampedusa, anche quei tesori dell’umanità sembrano idealmente tendere la mano all’Italia e all’Occidente, e chieder loro aiuto.
Ma l’Occidente, sempre per colpa dell’Isis (fermo restando che la missione pro-curdi in Iraq e in Siria prosegue, seppur più stancamente di qualche mese fa), in questo particolare momento sembra rinchiudersi in se stesso, in politiche nazionali anti-terrorismo fatte col pallottoliere. Nel caso dell’Italia notizia del 27 febbraio è che i soldi per l’operazione “Strade sicure” verranno prelevati dal fondo nazionale per i servizi e le politiche d’asilo a favore dei migranti, che sarà così decurtato di più di quattordicimila euro.
L’Inghilterra, intanto, è sotto shock: Sky News ha pubblicato in esclusiva la prima foto del boia ufficiale dell’Isis. Si tratta di Jihadi John, che nella sua vita precedente (cioè in quella pre-terroristica) altri non era che Mohamed Emwazi, brillante studente universitario inglese (è dottore in informatica, laureato a Westminster): nello scatto proposto dall’emittente britannica porta baffi e pizzetto e indossa un cappello da baseball. Ora, la domanda nel Regno Unito è: che fare per evitare che altri brillanti “figli adottivi” del suolo d’Albione sposino la causa terroristica, a tutto svantaggio dell’Inghilterra stessa e dell’Occidente intero? Per il premier Cameron l’unica risposta possibile può essere l’assunzione di un impegno: individuare e neutralizzare tutti gli eventuali emuli di Emwazi.

