Thailandia, impeachment per ex premier

Shinawatra inibita dalla politica per un lustro

pubblicato il 27/01/2015 in Dal Mondo da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Yingluck Shinawatra

Il 5 agosto del 2011 era diventata la prima donna premier nella storia politica thailandese. Ma nel maggio del 2014 la Corte costituzionale aveva posto fine  alla  esperienza governativa di Yingluck Shinawatra destituendola con una sentenza. Si era resa colpevole di gestione familista del potere, sostituendo il capo del Consiglio di sicurezza nazionale con un parente, e inoltre applicando un’amnistia per i reati non anteriori al 2004 di cui avrebbe sicuramente beneficiato anche il fratello che l’aveva preceduta nel ruolo di capo del governo, l’imprenditore Thaksin, deposto da un golpe nel 2006 dopo essere stato coinvolto in un procedimento per conflitto di interessi. La decisione della magistratura, però, non rimase senza strascichi: nella Thailandia  che era già in fiamme contro la politica della premier, acutizzò la contrapposizione tra la fazione degli antigovernativi e quella dei governativi, le cosiddette “camicie rosse”,  e spalancò la strada al colpo di Stato militare che, di lì a poco, avrebbe portato al potere il generale Prayuth Chan-ocha.
Ora i guai non sono finiti per la Shinawatra. Il 23 gennaio, infatti, il Parlamento di Bangkok  ha votato la messa in stato d’accusa per la donna, e il suo conseguente allontanamento dalla politica attiva per un periodo di cinque anni. Si tratta dello stesso bando che, nel 2001 aveva solo sfiorato il fratello. Centonovantotto voti a favore dell’impeachment, e solo diciotto contrari. Dopo la condanna giudiziaria, anche quella politica, al culmine di un’indagine della Commissione anti-corruzione iniziata nel febbraio 2014: questa seconda condanna chiude, in pratica, il cerchio relativamente alla “criminalizzazione” dell’azione di governo della Shinawatra. A finire alla sbarra nel palazzo dell’Assemblea Nazionale (cioè la sede del Parlamento thailandese, nel quartiere Dusit di Bangkok) è stato infatti il contestatissimo provvedimento lanciato dalla Shinawatra per sostenere i coltivatori di riso e rilanciare la produzione del cereale, da sempre “argomento forte” dell’economia thailandese. Si garantiva che il governo avrebbe comprato il riso dai produttori ad un prezzo alto, per poi rivenderlo ad un prezzo basso sul mercato internazionale, ma alla fine, in pratica – questa è la conclusione degli inquirenti -, chi materialmente comprava il prodotto erano gli industriali intermediari del governo (legati da rapporti d’affari ai fratelli Shinawatra), che praticavano prezzi di acquisto più bassi di quelli promessi dall’esecutivo. Ai contadini, però, il sistema andava bene, perché essi ricevevano comunque un risarcimento governativo pari al prezzo pieno della provvigione. Risultato: lo Stato versava più di quanto incassasse, facendo gli interessi degli intermediari amici del capo del governo.  Ben presto, però, il bilancio finì col non più reggere a quell’’esborso non adeguatamente coperto, e così, resisi necessari tagli ai sussidi, i contadini scesero in piazza e diedero avvio, nell’estate del 2013,  alla grande protesta nazionale contro la Shinawatra e i suoi ministri.

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