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Nord Corea: da Washington sanzioni ingiuste

Il ministro degli Esteri di Pyongyang: “Politica repressiva”

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Se un regime condanna così duramente un film che è pura satira, cosa potrebbe fare di fronte a qualcosa di più serio, come un documentario o un film-verità? Obama dixit. Ma sarà stato proprio il regime di Pyongyang a commissionare il 24 novembre l’attacco hacker in forma di ricatto contro il sito della Sony, pochi giorni dopo l’uscita nelle sale di The Interview, il film-scandalo  americano prodotto dalla major giapponese, reo di trasformare in una burletta Kim Jong-un e il progetto per un possibile attentato contro la sua persona? Oppure no? Su internet i dubbi iniziano a moltiplicarsi: alla fine di dicembre ha cominciato seriamente a prendere piede l’ipotesi che dietro la minaccia che ha costretto la Sony a ritirare il film, cioè quella di diffondere i dati personali e sensibili di milioni di dipendenti Sony di cui i sedicenti pirati si erano impadroniti, ci fossero in realtà due donne, due americane, una delle quali, addirittura, sarebbe una dipendente licenziata della Sony in cerca di atroci vendette. 
Washington, però, non sembra voler recedere dalla posizione preventivamente colpevolista nei confronti dello Stato chosonita: così all’inizio del 2015 Obama ha deciso di inasprire le sanzioni contro di esso, partendo dalla convinzione – al di là di ogni possibile dubbio – che sia stato proprio il governo nordcoreano a imporre la censura al film. Come ai tempi di Bush in procinto di scatenare la guerra contro Saddam, manca la cosiddetta “pistola fumante”: ciò che conta è che la “corte” di Kim Jong-un taccia di fronte alle accuse, implicitamente avallandole. In ritardo, Pyongyang comincia a farsi sentire per lamentarsi della durezza dei provvedimenti sanzionatori: in particolare è il ministro degli Esteri Cho Myong Nam a manifestare la sua irritazione, denunziando come le sanzioni siano l’espressione della “politica ostile e repressiva” degli Usa nei confronti della Corea del Nord, una politica insistentemente tesa a “soffocare” il suo Paese. Le parole di Nam sono state affidate il 4 gennaio all’Agenzia di informazione del regime, la Kcna.

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