Usa, sì a supercommissario contro ebola

Voli in Africa occidentale: nessun divieto

pubblicato il 20/10/2014 in Dal Mondo da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Obama: la prima emergenza è l'ebola

egli Usa, mentre la minaccia dell’ebola sembra essersi materializzata anche all’ombra della Lux et Veritas (un ricercatore dell’università di Yale è stato ricoverato con sintoni sospetti), all’orizzonte si profila uno sceriffo dotato di poteri eccezionali contro il male del decennio: è questa la prima proposta di Obama nella direzione di una “risposta più aggressiva” al devastante virus. La proposta in realtà non parte da lui, ma viene caldeggiata da più tempo dall’opposizione repubblicana: il 17 ottobre, al termine di un vertice con i responsabili della Sanità, il presidente ha ufficialmente aperto alla possibilità che una figura simile, una sorta di supercommissario, possa essere introdotta. “Mi sembra una buona cosa”, ha commentato il commander in chief.
Ora però si apre un dilemma tecnico: l’eventuale commissario ad hoc dovrà essere un coordinatore o un collaboratore del ministro della Sanità, Sylvia Mathews Burwell, e del direttore dei Cdc (i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie), Tom Frieden? Dovrà, cioè, essere un gradino sopra i due, come una sorta di dictator sanitario in un quadro di emergenza, o affiancarsi ad essi, in una vera e propria triade? Obama propenderebbe per questo secondo scenario, visto e considerato che subordinare alle decisioni di una terza persona quelli che fino ad ora, negli Stati Uniti, sono stati i protagonisti della lotta contro l’ebola, significherebbe sminuire il loro impegno, comunque notevole.
Obama si è mostrato anche “aperturista” (ma in questo caso, forse, sarebbe meglio dire ottimista) sui voli americani dall’Africa occidentale: a suo parere non è necessario sospenderli, per paura che, come si è detto da più parti, possano costituire un comodo ponte per l’arrivo dell’ebola in territorio statunitense, e generare altri casi Duncan e Pham. In realtà, ammettono le autorità sanitarie Usa, ciò che risulta davvero preoccupante nelle sfortunate vicende del liberiano-americano e  dell’aiuto-infermiera è quanto è avvenuto in ambito ospedaliero: sotto accusa è l’applicazione “morbida” del protocollo riservato al paziente zero. Duncan, infatti, arrivato a Dallas senza aver manifestato alcun sintomo significativo, dopo essersi fatto ricoverare è stato lasciato per un lasso abbondante di tempo a contatto con altri pazienti, e, per di più, alle infermiere che si occupavano di lui, Nina Pham, appunto, e l’aiuto Amber Vinson, non era stato imposto di portare la mascherina. Questo è il problema: poi, naturalmente, mrs. Vinson poteva anche “astenersi dal volare”, come dice Frieden, ma forse era possibile evitare che la donna salisse malata sull’aereo.

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