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Ebola, in Texas operatore contagiato da Duncan

Lavorava nell’ospedale dove è morto il paziente zero

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L’Health Presbyterian Hospital è l’orgoglio ospedaliero di Dallas. Nato nel 1966 sulle ceneri di un orfanotrofio che risaliva agli anni ’20, nel 2007 è stato decorato come miglior struttura sanitaria degli Stati Uniti per la cura dei disturbi digestivi, per i reparti di neurologia e neurochirurgia e, soprattutto, per l’ortopedia. La storia dice, infatti, che il primo paziente ospitato in esso, un vigile del fuoco venticinquenne, si sottopose, con successo, ad una chirurgia correttiva. Scorrendo gli annali dell’ospedale, non si rileva invece una tradizione significativa nelle terapie virologiche ed epidemiologiche: di certo, però, trovarsi a trattare un paziente 0 col suo fardello x di sciagure (devastante quanto e più di un vaso di Pandora)  avrebbe mandato in crisi anche un centro specializzato in malattie esotiche.
Prima di morire, laggiù, in quell’ospedale texano d‘eccellenza, Thomas Duncan potrebbe aver fatto in tempo a trasmettere il virus dell’ebola ad uno dei sanitari che lo hanno assistito: clamoroso (e terrificante) all’Health Presbyterian, da un giorno all’altro teatro del primo caso di contagio virale da paziente a curante su suolo Usa. Il commissario del Dipartimento dei servizi sanitari del Texas, David Lakey, non può fare altro che ammettere che il pericolo di un’”eredità” di Duncan non è campato in aria: “Il secondo caso di contagio potrebbe essere realtà, e dobbiamo tenerci pronti ad un simile scenario”. Sta di fatto che l’operatore – in realtà un’infermiera - si trova sotto osservazione da venerdì 10, dopo aver avvertito sintomi compatibili con il virus di origine africana. Il suo futuro è legato alle notizie che proverranno dal centro di controllo e prevenzione delle malattie di Atlanta, chiamato a dare il responso definitivo sulla positività o meno all’ebola della donna.
L’India, intanto, ha deciso di cancellare una conferenza straordinaria sull’ebola che avrebbe dovuto tenersi il 4 dicembre, con la partecipazione di cinquantaquattro stati africani. Alla base del dietrofront, ha spiegato un portavoce del ministero degli Esteri, evidenti difficoltà di carattere organizzativo: in effetti proprio il dilagare dell’ebola rende impossibile in alcune parti dell’Africa lo spostamento delle persone.

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