Storie di donne: Francesca Rosati Freeman

Francesca e la sua vita con le donne Moso

pubblicato il 10/10/2014 in Dal Mondo da Valentina Roselli
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Valentina Roselli

Francesca Rosati Freeman è nata a Trapani e si è laureata a Palermo in lingue straniere moderne. Insegnante di francese per gli italiani residenti in Svizzera ha   lavorato per l’Antiracism Information Service con sede a Ginevra.  Nel 2004 ha scoperto un gruppo di donne nel Sud-Ovest della Cina, sui contrafforti dell'Himalaya  al confine con il Tibet (2700m. di altitudine) che le hanno fatto intravedere nuovi orizzonti.  “Essere venuta a conoscenza dell’esistenza di una società in cui le donne erano valorizzate rispetto alle società patriarcali e che godevano di diritti e di libertà generalmente negati alle donne delle altre società, mi ha fatto venire un grande desiderio e una grande curiosità di andarle a vedere. Ero curiosa di scoprire come vivono uomini e donne in una società matriarcale, dove le coppie non abitano sotto lo stesso tetto, dove i figli appartengono alla madre.  Volevo scoprire come si vive fuori dai condizionamenti del matrimonio e in che maniera gli uomini accettano il ruolo guida delle donne. Ecco, volevo capire quali sono i valori fondanti di una società al femminile, cioè centrata attorno alle madri e soprattutto ai valori del materno ed è dopo un anno di riflessioni, appunti e documentazioni varie che nel 2005 sono partita all’incontro delle donne Moso.
E’ ormai da quasi dieci anni che visito Nu Guo, il paese delle donne, così come viene chiamato dai Moso stessi, un paese dalla bellezza incantevole. Ci sono già stata sette volte e ogni volta che ci ritorno mi sento come se ci fossi nata. Ho abitato presso le famiglie locali e svolto assieme alle donne le stesse attività aiutandole perfino a lavorare nei campi, a diserbare a mano un campo di patate, a lavare i piatti nel cortile antistante alla cucina, accovacciata assieme alla dabu e sciacquandoli sotto l’acqua corrente proveniente da un tubo di gomma. Non volevano permettermi di farlo, ero loro ospite dicevano, ma alla fine mi hanno accettato come fossi una di loro. Sono stata perfino invitata a partecipare ad un ritiro spirituale con altre dabu in un’isoletta in mezzo al lago, dimora eterna degli antenati il cui culto viene officiato dalle donne più anziane. Per capire la loro filosofia di vita oltre che l’organizzazione socio-familiare della loro società, ho dovuto liberarmi di certi parametri occidentali, soprattutto del significato che noi attribuiamo a certi concetti considerati universali come famiglia, matrimonio, oppure concetti come consanguineo o capofamiglia che presso i Moso assumono significato, funzioni e connotazioni diverse che rovesciano il nostro sistema di valori.
La responsabilità della famiglia è nelle mani della dabu, la persona considerata saggia e imparziale nelle decisioni che comunque sono prese di comune accordo con tutti gli altri membri adulti del matriclan che può essere composto anche da 20 o più persone, tutti consanguinei e discendenti dalla linea materna. In realtà il marito sarebbe considerato un estraneo e non può fare parte del matriclan della donna, ma va a rendere visita alla sua compagna nottetempo. La mattina è un via vai di uomini, quelli che rientrano a casa dopo aver passato la notte dalla compagna e quelli che ne escono per raggiungere il loro matriclan e svolgere ognuno la propria attività. Attività che non sono considerate superiori o inferiori in base al sesso. I Moso pur riconoscendo la diversità biologica non pensano che cucinare, per esempio, lavoro svolto dalle donne, sia inferiore al lavoro, prettamente maschile di costruire le case o riparare i tetti. Per le donne dare la vita, significa poi mantenerla, nutrirla e lo fanno dalla a alla z, dalla semina, al raccolto, dal cibo preparato e servito. E mentre da noi la maternità è vista come una schiavitù o come un ostacolo alla carriera e all’emancipazione, le donne Moso la vivono in modo naturale e libero. Esse non sono sole a crescere i bambini, ma se ne occupano tutti i membri della famiglia, uomini compresi, che non vedono in questo il rischio di perdere la loro virilità. Gli uomini Moso sono materni, nel senso che applicano in modo naturale e spontaneo i valori del principio materno, come la cura, l’attenzione, l’ascolto, un principio che esclude l’aggressività, la competitività, la violenza e l’individualismo. Questi valori sono stati applicati in tutti i campi della società facendo della società matriarcale dei Moso una società pacifica e armoniosa, dove matriarcale non significa dominio delle donne, ma all’origine ci sono le madri, da mater + arke, dove arke assume il significato di principio, inizio, origine e non di dominio. Infatti pur essendo le madri alla guida del matriclan, esse non opprimono, non reprimono e non discriminano l’altro sesso. Per questo possiamo parlare delle società matriarcali come di società egualitarie che rispondono a due bisogni fondamentali della natura umana: il bisogno di libertà in amore per entrambi i sessi e il bisogno di sicurezza e protezione che proviene dall’appartenenza al clan materno. Ho avuto parecchie occasioni di constatare tutti questi valori durante i miei numerosi soggiorni in terra Moso, ma mi ci vorrebbero decine e decine di pagine per raccontarle. Il mio libro “Benvenuti nel paese delle donne” pubblicato nel 2010 dalla XL edizioni, racconta i miei primi 5 viaggi nel paese dei Moso e poi nel 2014 è uscito il mio documentario “Nu Guo. Nel Nome della Madre” realizzato assieme a Pio d’Emilia. Questo documentario vuole essere un omaggio a una società di pace, senza femminicidi, né stupri, né violenza di ogni genere, un modello cui ispirarsi.

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