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Marò: giudice indiano riconosce garanzie per libertà provvisoria

I titoli avrebbero validità per un biennio

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Avanti marò. Reetesh Sing, il giudice di New Delhi chiamato ad esaminare le garanzie bancarie presentate il 4 agosto scorso per rinnovare la libertà su cauzione di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, non ha riscontrato irregolarità. Dal maggio del 2012 i due fucilieri di Marina del II Reggimento San Marco sono liberi a pagamento: condizione vincolata a quelle certificazioni, che a suo tempo si stabilì dovessero essere valide per due anni. Si tratta di due malleverie ciascuna del valore di 10.000 rupie, più o meno 143.000 euro. Era stata la difesa dei due uomini ad incaricarsi  di depositare la nuova rata della cauzione all’inizio del mese, in un istituto di credito di Kochi, nello stato del Kerala.  Ripercorriamo in breve la vicenda di questa sorta di Sacco e Vanzetti in divisa del terzo millennio. I due militari vennero processati e messi in carcere dalle autorità indiane nel febbraio del 2012 dopo che, per un tragico errore, al largo delle coste del Kerala (India Meridionale), mentre erano in servizio a bordo della nave Enrica Lexia, spararono e uccisero due pescatori indigeni: li avevano scambiati per pirati. Imprigionati prima in un carcere di massima sicurezza e poi in quello ordinario di Trivandrum, Latorre e Girone videro presto pendere sul loro capo la minaccia della pena capitale. Fu allora che iniziò la corsa contro il tempo del governo italiano per riportarli a casa e, soprattutto, per sottrarli ad un triste destino: gli sforzi diplomatici, però, a parte far ottenere loro la scarcerazione pagata, fino ad ora non hanno avuto risultati rilevanti. Ai marò viene consentito, sì, di tornare in Italia, ma per periodi brevi e perlopiù in concomitanza di feste e ricorrenze. Dopodiché hanno l’obbligo tassativo di tornare in India, dove, pur godendo del permesso di girare a piede libero, non possono certo dirsi al riparo dai loro guai giudiziari. Un passo avanti importante si è avuto nel marzo 2013, quando il governo indiano ha ammesso che il caso dei marò, in teoria, non si può includere in quelli punibili con la pena di morte: questo concetto è stato ribadito anche nel febbraio del 2014 dal ministro dell’Interno indiano, che ha comunque autorizzato i servizi segreti a portare avanti l’inchiesta sui militari italiani in base alla legge sul terrorismo marittimo. Resta l’ostinazione di New Delhi a voler continuare a trattare la vicenda secondo la sua legislazione, e ad opporsi ad internazionalizzarla, come invece l’Italia continua fortemente a pretendere.

 

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