La strage nascosta: la morte del Tibet e dei monaci tibetani

Nell’indifferenza del mondo, da moltissimi anni ormai, il Tibet e i monaci tibetani consumano la loro tragedia, prossimi all’estinzione.

pubblicato il 30/01/2017 in Dal Mondo da Claurdio Lauretti
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Claurdio Lauretti

 «E’ in corso un genocidio culturale ed è la Cina a essere responsabile delle immolazioni. Da vent’anni anni in Tibet la situazione è disperata e ai religiosi, per non cedere, ormai non resta che rinunciare alla vita». Sono come sempre le parole di dolore del Dalai Lama su ciò che accade in Tibet. Negli ultimi 5 anni sono oltre 100 i monaci o le monache buddiste che si sono trasformati in torce umane invocando libertà religiosa, un Tibet sottratto al dominio di Pechino, la fine di massacri e deportazioni, oltre che il ritorno a Lhasa del Dalai Lama dopo oltre mezzo secolo.

Le autorità cinesi accusano “la cricca del Dalai Lama” di alimentare i suicidi per destabilizzare l’area, creando le condizioni perché la richiesta di indipendenza, o di autonomia, «degeneri in terrorismo, non condannare ma anzi istigare le auto immolazioni per fini secessionistici è una sfida alla moralità umana» affermano da Pechino. Ma la disperazione dei tibetani in Cina ha raggiunto vette inarrivabili. Monaci e suore dei monasteri buddisti, assediati dall’esercito cinese: un dramma senza precedenti nella storia della resistenza tibetana, sempre ispirata alla non violenza.

Ma dove ha origine questo odio verso il Tibet e le comunità dei monaci tibetani? Dobbiamo tornare indietro di oltre un secolo quando nel dicembre 1911, profittando della situazione in Cina, la Mongolia si dichiara indipendente. L’ottavo Bogd Khan diventa re della Mongolia e si installa in un palazzo reale a Urga, attuale Ulan Bator. Ma Cina, Russia e Giappone minacciano l’indipendenza del nuovo Stato. Nel 1920, in una situazione estremamente confusa, il nobile anticomunista russo barone Roman von Ungern-Sternberg occupa la Mongolia alla testa di un esercito personale. Tollerato dal Bogd Khan, si rivela un dittatore capriccioso e crudele. Due gruppi pre-esistenti di indipendentisti mongoli, uno non comunista e uno guidato dall’ex-lama divenuto marxista Choybalsan lottano contro il regime del barone. Nel 1921 proclamano per la seconda volta l’indipendenza, con il Bogd Khan che rimane sul trono. Ma questa volta chiamano in aiuto le truppe sovietiche, che rimarranno per settant’anni. Nel 1924 muore l’ultimo Bogd Khan; i sovietici dichiarano che non ha reincarnazioni e proclamano la Repubblica comunista.

 

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