Brexit, six months on: la sintesi dell’evento dell’anno

A sei mesi di distanza, il voto che ha cambiato la politica interna britannica più di quanto non abbia fatto l’ultima guerra

pubblicato il 31/12/2016 in Dal Mondo da Federico Garcia
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Federico Garcia

L’anno 2016 è stato un anno di enorme rilevanza nella politica internazionale, che tuttavia ha cominciato a prendere la sua peculiare piega solo dopo la partenza della campagna referendaria in Gran Bretagna relativa al voto dello scorso 23 giugno sull’avvio della procedura di uscita dal paese dall’Unione Europea. Quindi, trascorsi poco più di sei mesi dal fatidico voto sulla Brexit, sembra conveniente fare un breve riassunto di cosa è accaduto, tenendo a mente che il processo burocratico di messa in moto dell’articolo 50 della Costituzione dell’Unione Europea non è ancora cominciato davvero, e che tutte le conseguenze politiche si stanno dispiegando su avvenimenti ancora in fieri.
Per quanto la Brexit sia stata definita dagli esperti di comunicazione il momento culmine del passaggio epocale alla cosiddetta post-truth politics, coinvolgendo nel suo evolversi la forma dell’economia globale e delle relazioni internazionali, il suo effetto più rilevante sinora si è manifestato solo nella politica interna: infatti, dopo il 23 giugno, ben tre degli otto partiti presenti a Westminster hanno portato a compimento procedimenti di rinnovamento di leadership, terminati con esiti differenti.

I primi a dover affrontare l’onda sono stati i Conservatori. David Cameron, dopo essere stato definito come il "peggior premier degli ultimi 150 anni", ha annunciato le sue dimissioni il giorno successivo al voto, ritirandosi dal 12 luglio da ogni attività pubblica, venendo sostituito, dopo una breve ma violenta lotta tra i due favoritissimi Boris Johnson e Michael Gove (finiti per autoeliminarsi dopo brevissimo tempo insieme alla outsider Andrea Leadsom), da Theresa May, suo ex Ministro dell’Interno. Il nuovo primo ministro non ha perso tempo nell’affermare l’effettività del processo di abbandono dell’Unione Europea entro il 2019, ma molti fatti non fanno ben sperare in un buon esito delle negoziazioni, nonché per la durata del suo governo. Infatti, il Primo Ministro attuale, pur volendo ammantarsi di un’aura di nuova Thatcher, sta rischiando di diventare la nuova John Major: in un partito ormai spaccato in due fra Leavers e Remainers, è ondivaga su tutto, i suoi backbenchers la contestano per la mancanza di fermezza nelle decisioni internazionali ed il suo governo, formato da un rimpasto del precedente esecutivo con le esclusioni di alcuni fedelissimi di Cameron come l’ex Cancelliere George Osborne, sembra essere guidato più dal correre degli eventi che da una reale volontà decisionale, con l’unica linea guida di continuare a tagliare la spesa pubblica, in perfetta tradizione Thatcherite, per cercare di compensare i danni economici a lungo termine che si stanno producendo da subito dopo il voto. Sicuramente Theresa May è pesantemente osteggiata in Europa (anche grazie alle stravaganze del suo ministro degli Esteri, il redivivo Boris Johnson), dove sia i Popolari del presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker che i Socialisti&Democratici di Martin Schulz rifiutano, forse in modo un po’ troppo vendicativo, di parlare con lei; ma la leader conservatrice non sembra voler fare molto per produrre un dialogo dignitoso, continuando a ripetere il suo mantra “Brexit significa Brexit”, che sta mandando sempre più su tutte le furie la sua maggioranza parlamentare, i burocrati europei e i mass media nazionali e globali.

Il Partito Laburista è stato il grande sconfitto della contesa referendaria. Quasi completamente schierato per il Remain, ha subito le conseguenze peggiori, sopra tutte le altre l’assassinio per mano del terrorismo neonazista della giovane deputata Jo Cox, appena due giorni prima del voto. Come poteva essere facilmente intuibile dalle tensioni dei mesi precedenti, il segretario Jeremy Corbyn è stato subito messo sotto accusa dai deputati del suo stesso partito, che lo hanno sfiduciato, motivando la loro scelta con una presunta scarsa convinzione del leader (considerato un Leaver di sinistra radicale “silenzioso”) nel perorare la causa europeista durante la campagna e, come tale, l’impossibilità di riuscire a far vincere il partito nell’eventualità di elezioni anticipate. Il veterano di Islington si è ritrovato così, a nemmeno un anno di distanza dalla sua affermazione per la leadership laburista, a dover lottare per conservarla, scontrandosi prima con Angela Eagle (suo ex ministro-ombra dell’Impresa, ritiratasi a metà luglio dalla corsa) e infine con Owen Smith (ex ministro-ombra del Lavoro), ma alcune buone prestazioni alla ballot box della Camera dei Comuni contro il Primo Ministro May ne hanno aumentato la reputazione presso gli attivisti di base del partito, galvanizzati anche dall’intenso successo di Corbyn sui social network ed i nuovi media, consentendogli così, lo scorso 24 settembre, di vincere le primarie laburiste, conservando la propria leadership con un margine di consenso popolare accresciuto rispetto all’affermazione dell’anno precedente. Tuttavia il partito è tutto fuorché unito ora, laddove le sezioni più moderate (che vorrebbero un ritorno in scena di David Miliband od addirittura di Tony Blair) spingerebbero per ottenere un voto parlamentare di ratifica della Brexit, mentre la leadership di Corbyn, fortemente spalleggiata dai sindacati e dai tanti pressure groups della sinistra radicale britannica, rifiuta di procedere lungo questa via, preferendo rispettare il volere dell’elettorato nazionale e concentrandosi su obbiettivi politici più di lungo periodo, come una nuova nazionalizzazione del settore dell’energia e del trasporto pubblico, un nuovo piano di edilizia popolare, ma soprattutto la difesa del sistema sanitario nazionale (NHS), sottoposto a continui tagli dai governi conservatori da ben prima del referendum.

Il cambiamento ha toccato anche i vincitori morali del voto sulla Brexit: lo United Kingdom Independence Party (UKIP) ha infatti cambiato i propri vertici, con Nigel Farage, che, dopo quasi dieci anni di carismatica leadership del partito, si è tirato indietro, ritenendo il suo compito concluso e trascorrendo il resto dell’estate e dell’autunno negli Stati Uniti, facendo da testimonial per Donald Trump durante le fasi salienti della sua campagna presidenziale. A Farage, dopo circa quattro mesi di interregno, è succeduto a fine novembre Paul Nuttall, europarlamentare di tendenza cattolica oltranzista, che si propone di soppiantare il Partito Laburista con lo UKIP come il partito della working class britannica. Tuttavia, anche qui persistono delle criticità, visto che il partito, dopo il ritiro del suo storico leader, è attraversato dai conflitti fra le personalità che concorrono a rappresentarlo in primo piano (sfociati addirittura in una rissa fra i propri eurodeputati lo scorso ottobre), ed il consenso del partito, ora che il suo obbiettivo maggiore è stato “raggiunto”, rischia di assottigliarsi in favore dei Conservatori, che stanno recuperando, grazie alle proprie personalità più euroscettiche, la propria presa sui settori più di destra dell’elettorato britannico, nelle periferie delle grandi città industriali e nelle aree rurali.

Nel frattempo, le elezioni suppletive hanno continuato a tenersi. La più importante è stata senza dubbio quella del 4 dicembre nella circoscrizione di Richmond Park, benestante area suburbana di Londra vicina all’aeroporto di Heathrow, il cui deputato, l’ex candidato Tory a sindaco della città metropolitana Zac Goldsmith, si era dimesso in Novembre in segno di protesta nei confronti del governo del suo stesso partito contro l’allargamento del suddetto aeroporto, promessa su cui aveva giurato di basare il suo intero mandato. Ma Goldsmith, oltre ad essere un ambientalista, è stato anche un convinto sostenitore del Leave, cosa che il Partito Liberaldemocratico non ha mancato di sfruttare con la propria candidata Sarah Olney, che, dopo aver incassato il ritiro strategico dei Verdi, ha basato tutta la sua campagna sulla Brexit, facendo in modo di accreditarsi come unico candidato credibile per tutta la maggioranza di elettori della circoscrizione che aveva per restare nell’Unione e riuscendo infine a battere Goldsmith (ripresentatosi da indipendente e appoggiato dallo UKIP). L’affermazione della Olney sembra dare forza alla strategia portata avanti dal leader del suo partito, Tim Farron, per cui i LibDems dovrebbero riuscire ad affermarsi come l’unica forza sinceramente anti-Brexit della politica britannica e creando uno spazio politico centrista laico e moderato, ma l’efficacia di questo piano potrà essere verificata soltanto al volgere delle elezioni politiche, in cui l’elettorato nazionale tende a polarizzarsi intorno ai partiti Laburista o Conservatore, denotando la crescita dei minori nelle elezioni suppletive unicamente come fenomeno di protesta.

Nel frattempo, il malcontento per la Brexit è cresciuto sempre più forte nelle altre “Nazioni” del Regno Unito, con la Scozia, guidata ormai dallo Scottish National Party (SNP), a spingere per un nuovo referendum indipendentista, motivato dal maggioritario consenso per il Remain nella regione. Il Primo Ministro scozzese Nicola Sturgeon sottolinea giustamente che ogni accordo tra l’Unione Europea e la Gran Bretagna finirebbe per annichilire l’autonomia decisionale dei governi e dei parlamenti locali di Scozia e Galles, regioni che beneficiano grandemente della cooperazione economica comunitaria, nonché rischiando di riaccendere seri problemi di divisioni etnico-politiche in Irlanda del Nord, dove il conflitto fra cattolici e protestanti è finito da poco meno di vent’anni grazie alla collaborazione fra il governo britannico e quello della Repubblica d’Irlanda con l'Accordo del Venerdì Santo del 1997, che l’uscita del Regno Unito dall’UE rischierebbe di mettere in crisi, annullando peraltro tutti i benefici congiunti dati dalla presenza di entrambe le nazioni nell’egida dell’area Schengen.

Come detto in principio, tutta la situazione è ancora in divenire, ma è possibile fare qualche previsione. Tutto starà nella capacità dei politici britannici di interpretare i segni dati dall’opinione pubblica nei prossimi mesi, in cui si assisterà ai cambiamenti politici dei paesi “ex commensali” europei del Regno Unito, che finiranno inevitabilmente per influenzarne i movimenti.
I Conservatori potrebbero riuscire a vincere con grande facilità a livello nazionale, a patto però che Theresa May cambi radicalmente carattere entro il 2020. L’attuale Primo Ministro, con il suo atteggiamento neutro ed il suo stretto legame al precedente governo di David Cameron, non ha sinora dimostrato grandi capacità di leadership o di negoziazione, e rischierebbe di essere un boccone indigesto per la parte più radicale ed euroscettica dei Tories, che vorrebbero vedere qualcuno più deciso a confrontarsi con la burocrazia europea nel processo di uscita del paese dall’Unione, nonché per i Remainers, apparentemente molto attratti da soggetti apertamente europeisti come Liberaldemocratici e Verdi.
Un compito più difficile spetterà a Laburisti e UKIP, che con le loro rinnovate leadership, finiranno per contendersi un elettorato molto simile. Bisognerà capire se saranno i primi a spostarsi più verso destra, inserendo nelle loro proposte programmi di contenimento dell’immigrazione e una linea più securitaria nei confronti della sempre crescente comunità islamica nel paese, o se saranno i secondi a spostarsi più verso sinistra, proponendo più spesa pubblica ed adottando un atteggiamento più tollerante verso la devolution scozzese e gallese. Ovviamente Corbyn sarà lo sfidante principale dei Conservatori, ma per poter stare tranquillo dovrà consolidarsi come leader più fra i dirigenti che fra gli attivisti laburisti, e l’unico modo che ha di farlo è cercare di spingere il partito verso una generica linea “populista di sinistra”, per certi versi simile alla proposta portata avanti nelle primarie Democratiche americane da Bernie Sanders.

L’unica cosa che si può dire con certezza ora è che i prossimi tre anni saranno un periodo sicuramente affascinante nella politica britannica e che, qualunque sia l’esito degli eventi che accadranno, le conseguenze degli stessi influenzeranno in maniera definitiva il modo di leggere gli affari del paese nei media internazionali, con la speranza che l’osservazione di questi fenomeni possa essere formativa per il modo di fare informazione, nonché di fare politica, dei suoi spettatori globali.
 

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