Il mistero degli effetti personali mancanti.
Come in tutti i grandi gialli di cronaca (o in quelli destinati a divenire tali) anche nel caso Regeni c’è un oggetto scomparso, misteriosamente scomparso, e che non si riesce più a trovare (borsa di Aldo Moro docet).
A dir la verità, sulle prime, sembrava fossero addirittura due, gli oggetti scomparsi che erano stati in possesso del giovane e sfortunato Giulio Regeni: il cellulare e il computer portatile. Quest’ultimo, però, nelle ultime ore si è rivelato essere un mistero in meno, per così dire, dal momento che risulta nella disponibilità degli investigatori italiani. Ė stata, in effetti, proprio la famiglia di Giulio a consegnarlo agli inquirenti.
Lo riferiscono fonti della Procura di Roma, che coordina gli accertamenti sulla morte del ventottenne ricercatore e collaboratore del Manifesto, morto in Egitto in circostanze ancora nebulose (il suo cadavere è stato rinvenuto sulla strada che va dal Cairo ad Alessandria): la Repubblica lo vorrebbe torturato dai servizi segreti egiziani che lo avevano scambiato per una spia, ma il governo del Cairo smentisce. Ė un fatto, però, che una prima informativa giunta al pm di Roma Sergio Colaiocco dagli investigatori attualmente operanti all’ombra delle Piramidi conferma il fatto che Regeni, proprio per il suo lavoro di cronista, aveva preso contatti con ambienti politicamente pericolosi (il che avvalora l’ipotesi di una “criminalizzazione” della sua attività): in particolare, egli avrebbe avuto modo di incontrare esponenti dei sindacati indipendenti egiziani.
Torniamo agli oggetti smarriti: detto che il computer c’è – ed è in buone mani – e che Giulio non disponeva di altri supporti digitali come tablet o iPad, resta da stabilire che fine ha fatto il cellulare. Il capo della Procura di Giza, Ahmed Nagy, sta indagando proprio su questo, in collaborazione con le autorità italiane, e il suo lavoro comincia a fornire frutti interessanti. Grazie a lui sappiamo, ad esempio, qual è stato l’ultimo utilizzo del telefonino, prima che esso e il suo proprietario diventassero irreperibili: era servito a chiamare un amico. “Un amico italiano, Gennaro Gervasio”, ha dichiarato il magistrato egiziano.

