Trentacinque anni non sono bastati a fare chiarezza sulla strage più criminale del dopoguerra: la coscienza di un paese è ancora ferma alle 10.25 del 2 agosto 1980, quando un'esplosione sventrò la stazione di Bologna, producendo 85 morti e 207 feriti, di cui settanta hanno riportato invalidità permanenti.
Dopo trentacinque anni l'Italia non ha ancora una verità , se non ferma almeno parziale, su quella che è da considerarsi una ferita nazionale ancora aperta, nonostante il passare del tempo, i silenzi, l'indifferenza di chi ogni giorno transita accanto al punto dell'esplosione, i processi giudiziari che hanno condannato una banda di terroristi neofascisti ma che non convincono appieno né l'opinione pubblica né gli stessi inquirenti.
Oggi è necessario ricordare l'esempio di Bologna, città la cui reazione alla strage è da prendere ad esempio, con i suoi cittadini che mostrarono coraggio ed abnegazione in maniera spontanea: ricordare ciò che hanno fatto perché il paese ha un debito di verità non solo con le vittime ma anche con tutte queste persone.
Attentato, incidente di trasporto o di percorso: tante ipotesi e tutte con fondamenti, tra depistaggi, disinformazione, trame internazionali e poteri occulti. Quale che sia la realtà su ciò che successe alle 10.25 del 2 agosto 1980 a Bologna nessuno, da quella data in poi a capo delle Istituzioni è esente dal cercare la cruda verità e mostrarla ad un paese che quel giorno è rimasto in ginocchio e che, nonostante gli anni, non si è mai più rialzato.

