Arrivo a Copenhagen sabato 26 luglio alle 14,30 atterrando sotto un sole che non si vedeva da anni. Si registrano 31 gradi e un’afa incredibile. Sollevata dopo gli scossoni cura singhiozzo inflitti dal pilota mi affretto a scendere dall’aereo e a ritirare il mio bagaglio . Purtroppo, per risparmiare, ho volato con una nota compagnia spagnola low cost famosa per lasciare a terra i bagagli che pesano troppo e potrebbero compromettere il volo e compromettere invece le vacanze del malcapitato di turno.
Dopo avere sostato per un tempo indicibile davanti al nastro trasporta -bagagli nella speranza che la mia valigia si materializzasse per bontà divina, capisco che il mio fagotto è stato mollato alla partenza. Preferisco affrontare la situazione nutrita e vado a mangiare un hot dog e una salsiccia rollata a un bar del piano superiore. Subito mi è chiaro che i danesi sono persone sbrigative, poco pazienti e di poche parole. Io comunque mi difendo bene, parlo un inglese passabile e non mi lascio intimidire facilmente. A pancia piena mi dirigo da un’ inserviente, una bella ragazza mulatta in maglia verde e pantaloni neri che gentilissima mi accompagna là dove si deve denunciare il fattaccio. Occorre ritirare il numero come dal fornaio perché siamo circa un centinaio ad affrontare un paese sconosciuto pressochè in mutande a causa della malafede delle compagnie aeree e della disorganizzazione degli aeroporti. Ho27 persone davanti ma finalmente alle 16,00 è il mio turno. Un impiegato di origini indiane dall’aria simpatica e cordiale mi rivolge alcune domande, mi chiede il numero del bagaglio mi fa compilare un modulo e mi assicura la valigia arriverà, non si sa come, ma arriverà al mio indirizzo danese, sarò convocata e potrò usufruire del mio guardaroba. Bene mi sono detta anche questa è fatta. La carinissima assistente soddisfatta quanto me mi accompagna dalla polizia aeroportuale come prevede l'iter, ma al desk trovo una simil Brigitte Nielsen con due borse sotto gli occhi che fanno impressione e l’aria molto cattiva. Non mi degna di uno sguardo, parla con l’assistente che diventa sempre più triste. Convinta che siano problemi interpersonali loro faccio per salutare ma mi richiamano all’ordine. Brigitte mi mostra un modulo, le spiego che ne ho già firmato uno simile e che l’ho lasciato all’impiegato indiano poco fa. Niente da fare devo tornare allo sportello. Torno indietro, questa volta con una nuova assistente, una danese doc biondissima e amorevole quanto la collega.
Torniamo al desk bagagli smarriti i due confabulano in modo concitato come se io non esistessi e poi torniamo dalla polizia. La bionda bella e gentilissima spiega a Brigitte che è tutto a posto , la poliziotta scuote la testa . Devo aspettare ancora. Provo a chiedere, nessuno mi risponde, nessuno mi vede. Sono frustrata, arrabbiata, seduta a forza e mi cade l’occhio su un manifesto appeso alla parete davanti al desk intitolato : "come dovrebbe essere un appartenente alla comunità europea." Nel poster alcune vignette illustrano una coppia di europei giunti all’aeroporto e le virtù che devono avere : pazienza, ordine, comprensione. Cosa non devono fare :urlare, perdersi, perdere la pazienza e così via. Ora che ci penso i danesi non sono nella comunità europea. Percepisco una leggera e cattiva ironia. Vorrei prendere Brigitte per il collo e sottoporla immediatamente e personalmente a un intervento di blefaroplastica, farei un favore a lei giustizia e a me stessa, solo un’italiana può avere un cuore così grande. Invece non posso far contenta nessuna delle due, rimango seduta a fissarmi i piedi quando vedo tornare la bionda assistente con il simpatico impiegato indiano su un trespolo a due ruote. Leggermente intimidito ma risoluto il mio impiegato preferito dà inizio a una conversazione a tre dove ognuno vuole dire la sua. Appare una nuova poliziotta, questa volta una Barbara Bouchet non solo invecchiata ma molto sovrappeso che dà manforte alla collega Brigitte. Naturalmente Io non esisto per nessuno di loro.
Sto iniziando veramente a perdere la pazienza mi alzo e urlo” Can I go now?” si voltano verso di me capiscono che non sono affatto una brava cittadina dell’Unione europea. A questo punto entra in scena il quinto attore un poliziotto minuto occhialuto e calvo ma deciso. Strappa dalla mano di Barbara il mio modulo, lo guarda , mi osserva parla con l’impiegato indiano ed esclama che è tutto ok. E’ insomma l’uomo del Monte della situazione. Nessuno ribatte e io posso lasciare l’aeroporto senza che nessuno mi spieghi le motivazioni del blocco e del lasciapassare. A questo punto però io le voglio sapere entrambe e aggancio la bionda assistente che ha il compito di accompagnarmi all’uscita . In sintesi la mia domanda è questa: "Cosa diavolo è successo?” Con un po’ di imbarazzo mi risponde che la polizia non voleva accettare il mio modulo perché convinti che io fossi uscita dall’aeroporto e che avrei dovuto quindi seguire un’altra procedura.
La guardo allibita. Come poteva la botticelliana ragazza sapere che ero rimasta all'interno a mangiare la salsiccia rollata e la signora poliziotta controbbatere che io invece avevo lasciato l’aeroporto? E soprattutto perché avevano tutti discusso 40 minuti sui miei spostamenti senza che nessuno si fosse degnato una volta di chiedere alla protagonista della storia quali erano stati i suoi reali movimenti? Dunque lo straniero è veramente un cagnolino da monitorare? ho un moto di stizza, poi penso che la ragazza in fondo è sempre stata dalla mia parte , è tra quelli che mi hanno visto giusto, spiando o tirando a indovinare, ma questo è un mistero che non voglio risolvere, così mi limito a rivolgerle un gran sorriso ringraziandola e lei per tutta risposta mi avverte “Dobbiamo chiamare noi, ma se entro due giorni non sente nessuno chiami lei che è meglio” Accuso il colpo con grazia e le sorrido ancora lasciandomi veramente e finalmente l’aeroporto alle spalle con la netta sensazione che questa Danimarca riserverà molte sorprese.
