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Eleonora de Fonseca veniva impiccata il 20 Agosto 1799

E' stata una martire della libertà; appoggiò la Repubblica di Napoli dopo la Rivoluzione Francese

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"... siamo liberi in fine"

Negli ultimi mesi la redazione ha dedicato grande spazio a personaggi storici che, per amor di patria e d'ideale, hanno sacrificato la propria vita. Dei veri e propri martiri della libertà, come Nazario Sauro, irredentista giustiziato perché si oppose alla dominazione austriaca, o Emiliano Zapata, che si ribellò contro lo sfruttamento dei popoli indigeni messicani.

Lo sappiamo: quando si parla di personaggi storici, spesso saltano fuori nomi maschili. La società era diversa; le donne difficilmente riuscivano a farsi apprezzare per il proprio coraggio o intelligenza. Eppure qualcuna c'è stata, la cui opera è stata talmente straordinaria da non poter passare inosservata.

E' il caso di Eleonora de Fonseca, marchesa di Pimetel. Di origini portoghesi, nacque nel 1752 visse la sua breve vita nel Regno di Napoli, che con amore chiamò sempre casa. Fin da bambina, Eleonora lasciò a bocca aperta chiunque la incontrasse: praticissima di greco e latino già nell'infanzia, si dedicava allo studio come avesse sete, e compose diversi sonetti e opere che la misero in contatto con figure di spicco, come il drammaturgo  Pietro Metastasio. Fu mandata nelle migliori accademie, dove divorò tutti i libri di classici. Quando esaurì l'argomento, passò allo studio dell'economia, della storia e del diritto. Fin da adolescente frequentò i salotti degli intellettuali, e nemmeno sedicenne venne ricoperta di onori alla corte di re Ferdinando IV per aver scritto un sonetto sulle sue nozze con Carolina d'Austria. Era anche in contatto diretto con Voltaire, rimasto deliziato dall'intelligenza di una ragazza così giovane.

Nonostante la sua intelligenza fosse stata evidente, Eleonora era una donna, e come tale non poteva sottrarsi al destino di prendere marito. Provenendo inoltre da una famiglia nobile, sposò Pasquale Tria de Solis, tenente dell'esercito napoletano che si distingueva per il suo coraggio. Il marito era molto più grande di lei, e non le portò mai il minimo rispetto: Eleonora si trovò intrappolata in un matrimonio di minacce, violenze e botte. Di cinque gravidanze, solo una riuscì ad arrivare fino alla fine. Perse gli altri bambini in gravidanza per colpa delle botte di de Solis, che non aveva nessun riguardo per la moglie, anzi. Il bambino che nacque, chiamato Francesco, morì in culla. Fu l'unico figlio che la marchesa potè tenere tra le braccia, e il dolore di averlo perso la portò a scrivere molti sonetti strazianti sull'amore materno. 

Per quanto cercasse di nasconderli, i segni della violenza su Eleonora erano evidenti a tutti; e fu solo grazie all'intercessione del re (lo stesso Ferdinando di cui frequentava la corte) che riuscì a separarsi dall'uomo violento che aveva per marito, e le fu concesso un indennizzo di dodici ducati al mese. Dopo la separazione, fu presa a lavorare come bibliotecaria di corte e divenne grande amica di Carolina d'Austria. Con lei iniziò a frequentare i salotti illuministi, che la regina, in un primo momento, finanziò.

Non si sa né come né quando Eleonora fece sua l'ideologia anti-monarchica. Quello che si sa è che quando giunsero le navi francesi a Napoli nel 1792, fu invitata nei salotti dell'ammiraglio Latouche Treville, insieme ad altri intellettuali dell'epoca. Probabilmente la marchesa aveva abbracciato l'ideologia della rivoluzione francese ben prima di quest'incontro, poiché i suoi rapporti con Carolina si interruppero intorno al 1789, insieme al suo sussidio di dodici ducati. 

La regina aveva sempre appoggiato un illuminismo monarchico, in cui il re diventava garante del popolo e non più una figura sacra. Eppure i salotti da lei fondati iniziarono ad inneggiare alla repubblica. Questo, insieme all'odio verso i giacobini che avevano ucciso sua sorella Maria Antonietta, la resero una temibile nemica di Eleonora e di tutti coloro che appoggiavano la rivoluzione.

Il nome di Eleonora de Fonseca compariva nella lista dei "rei di Stato", e da allora era segnata dal continuo spionaggio da parte delle guardie, e nel 1778 fu arrestata con l'accusa di giacobinismo. Venne liberata l'anno dopo da dei rivoltosi e iniziò a partecipare alla guerriglia che preparò il terreno ai francesi. Il suo nome figura tra coloro che presero Castel Sant'Elmo. Era il Febbraio 1799, e i francesi conquistarono il regno di Napoli. Fu istituita la Repubblica.

Il contributo di Eleonora arrivò sotto forma di carta stampata. Il 2 Febbraio pubblicò il primo numero di "Monitore Napoletano" , periodico bisettimanale che raccontava gli sviluppi della conquista francese.

Il suo periodico aveva come obiettivo quello di propagandare la rivoluzione nella plebe. L'ideologia della Marchesa (titolo che rinnegò levando il "de" dal suo cognome) era democratica ed egalitaria, senza compromessi. Il suo tentativo di popolarizzare la rivoluzione non ebbe però altro effetto se non quello di inasprire i Borboni contro di lei. 

A Giugno 1799, dopo soli quattro mesi, la repubblica di Napoli fu rovesciata e la monarchia restaurata.

Eleonora venne arrestata e portata su una nave nel Golfo di Napoli, dove erano stati radunati tutti i rei di Stato. Fino a noi è giunto il documento, da lei firmato, di "obbliganza penes acta", un atto giuridico in cui il condannato si impegna ad allontanarsi dal Regno e non fare più ritorno, pena la morte. Nonostante ciò, un giorno prima dell'espatrio, venne richiamata con una scusa, e "l'obbliganza" da lei firmata stracciata. Fu condannata a morte.

La sua vecchia amicizia con il re e la regina Borbone e il successivo tradimento inasprirono i sovrani fino al punto non solo di ingannarla con l'obbliganza, ma facendola giustiziare per ultima, causandole il dolore di vedere impiccare e umiliare tutti i suoi amici e compagni. Quando fu il suo turno, salì a testa alta le scale del patibolo, senza dare ai nemici la soddisfazione di vedere le sue lascrime. Le sue ultime parole furono "Forsan et haec olim meminisse iuvabit", una citazione virgiliana: "forse un giorno sarà bene ricordare queste cose".

I sudditi del regno di Napoli furono sempre fedeli alla monarchia, e nonostante il tentativo di rovesciamento fallì, in soli quattro mesi la marchesa di Pimetel fu un esempio di coraggio e determinazione, una patriota che merita di essere ricordata tra i martiri della libertà.

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