Il pm D'Amico decise per il suicidio assistito ma non era malato

Secondo l'autopsia chiesta dalla famiglia non era affetto da nessuna incurabile patologia

pubblicato il 11/07/2013 in Attualità da a cura della redazione
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a cura della redazione

Non era malato l’ex pm di Vibo Valentia Pietro D’Amico, quando nell’aprile scorso si sottopose al suicidio assistito a Basilea, in Svizzera.
Lo ha accertato l’autopsia chiesta alla magistratura svizzera dalla moglie e dalla figlia del magistrato. Le sofisticate analisi di laboratorio hanno infatti chiarito che l’uomo, 62 anni, non era affetto da nessuna grave e incurabile patologia.

D’Amico l’11 aprile scorso era partito in auto, da solo, alla volta di Basilea, pare senza dire niente a nessuno. Secondo quanto emerso, si era presentato in Svizzera con dei certificati medici italiani che attestavano una grava malattia; sulla base di questi i dottori di Basilea avevano proceduto al suicidio assistito.
Potrebbe quindi essersi trattato di un errore scientifico, che ha portato a conseguenze fatali. Ora la magistratura italiana dovrà stabilire se i sanitari autori della diagnosi siano responsabili di un errore medico e se questo sbaglio fu dovuto a negligenza o imperizia.

Il legale della famiglia sostiene infatti che per accertare l’esistenza della patologia di specie i dottori avrebbero dovuto sottoporre il paziente ad esami strumentali specifici prescritti dalla scienza medica, esami a cui il pm non fu sottoposto.
Secondo alcune fonti giornalistiche, tra l'altro, l'uomo soffriva di depressione ed era convinto di essere malato, quella diagnosi potrebbe aver avvalorato i suoi timori spingendolo ad una drammatica decisione. Sembra, inoltre, che D'Amico in precedenti tentativi non aveva ottenuto il consenso al suicidio assistito dai medici svizzeri, perché sprovvisto dei certificati che attestavano la malattia.

Anche in Svizzera però è in corso un'indagine: gli inquirenti d'oltralpe dovranno verificare eventuali colpe dei medici di Basilea, per capire se sia stata violata anche la meno severa legislazione svizzera che, comunque, impone ai medici che assistono il paziente al suicidio di accertarsi che sia affetto da una patologia terminale, non potendo gli stessi accogliere acriticamente i referti presentati. 

 

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