Abortisce in un bagno d'ospedale da sola

Nessuna assistenza nonostante le richieste d'aiuto

pubblicato il 11/03/2014 in Attualità da Angela Menna
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Angela Menna

In un ospedale pubblico italiano, una donna è stata lasciata sola con il proprio marito, ad abortire in un bagno, perché nessuno è stato disposto ad aiutarla. La denuncia arriva da Valentina e Fabrizio, i due giovani romani protagonisti della vicenda presentata dall’Associazione Coscioni, durante una conferenza stampa. La coppia romana ha scoperto nel 2010 che la bimba che attendeva era affetta da una grave malattia genetica, di cui la madre era portatrice, per cui non c’è una prognosi di sopravvivenza, e ha deciso quindi di interrompere la gravidanza al quinto mese. «Riesco, dopo vari tentativi, ad avere da una ginecologa dell’ospedale Sandro Pertini, un foglio di ricovero, perché soltanto lei non era obiettore, - ha raccontato la donna -. Entro in ospedale e inizio la terapia per indurre il parto. Dopo 15 ore di dolori lancinanti, vomito e svenimenti, partorisco dentro il bagno dell’ospedale, con il solo aiuto di mio marito. Nessuno ci ha assistito, nemmeno dopo aver chiesto aiuto più volte. Anzi a un certo punto, sono entrati gli obiettori con il Vangelo in mano a dirci che commettevamo un crimine. Non li abbiamo denunciati, soltanto perché eravamo sconvolti da quello che avevamo vissuto». Il problema degli obiettori è stato sollevato pochi giorni fa anche dal Consiglio d’Europa, che ha condannato l’Italia. «È inutile che il ministero neghi il problema, che invece esiste - ha affermato Filomena Gallo, segretario dell’associazione, che ha assistito la coppia -. La legge 194 prevede che le strutture debbano garantire il servizio di interruzione di gravidanza e non lo fanno». In questo caso, secondo Gallo, la procedura, che è un aborto a tutti gli effetti, era stata iniziata dal medico non obiettore, ma poi al cambio del turno erano arrivati medici obiettori. «Tuttavia, - precisa-  la legge prevede che il medico possa rifiutarsi di iniziare la procedura, ma non di portarla a termine».

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