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La sottile linea tra un prete comunista e una setta religiosa. Il “microcosmo” di Nomadelfia

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Esiste un paesino di circa 300 abitanti nel comune di Grosseto, che vive seguendo uno stile di vita molto lontano da quello a cui siamo abituati. Il suo nome è Nomadelfia (dal greco “nomos” e “adelphia”, che si traduce con dove la fraternità è legge) e la comunità che la popola è formata da cattolici praticanti, laici e sacerdoti. Il loro intento è quello di vivere seguendo per quanto possibile, i precetti riportati dagli Atti degli Apostoli. Vivono secondo uno stile di vita alternativo a quello proposto dalla società occidentale, considerando “l’altro” un fratello, in quanto ogni essere umano è figlio di Dio.

La vita a Nomadelfia è organizzata in maniera ben precisa. La cittadella è completamente autosufficiente. L’economia è assente, il denaro non circola e i guadagni che la gente ottiene al di fuori della comunità, vengono versati nella cassa comune e usati per comprare beni utili a tutti. Non esiste, quindi, la proprietà privata. Anche beni come le auto sono a disposizione di tutti, così come tutto ciò che è materiale. Le scuole sono gestite dalla comunità e i genitori insegnano direttamente ai figli, a volte con l’aiuto di professori o educatori esterni, in modo da consentire agli studenti di sostenere gli esami nelle scuole pubbliche da privatisti ed essere riconosciuti dal Ministero. I disabili e gli anziani vengono assistiti dalla famiglia e dalla comunità intera, così come anche i bambini, dati in affido con molta semplicità. Le famiglie non sono vere famiglie di sangue ma si raggruppano tra loro. Si uniscono insieme due, tre ma anche cinque famiglie che condividono ogni attività quotidiana, a iniziare dai pasti. Anche il mondo del lavoro è a sé. A Nomadelfia come già accennato, non esiste retribuzione, ognuno ha il proprio compito da svolgere e per i lavori più duri vengono fatte suddivisioni settimanali o mensili tra tutti. Una delle attività che li rende particolarmente conosciuti, sono gli spettacoli. I nomadelfi infatti si dedicano a rappresentazioni itineranti gratuiti, mirati a far conoscere la loro realtà. La lingua parlata è l’italiano ma pur essendo in Toscana, la cadenza degli abitanti è emiliana. Questo perché il fondatore era originario della provincia di Modena. Ed essendo una comunità chiusa, la caratteristica è rimasta nel tempo.

La storia della comunità inizia negli anni Trenta, quando don Zeno Saltini, un sacerdote di Carpi (in provincia di Modena) inizia a occuparsi di dare sostegno alle famiglie, in particolare agli orfani. Con il tempo nascono le “famiglie”. Adulti, sposati e non sposati si prendono cura non solo dei propri cari ma anche dei bambini altrui. Nasce in questo modo la figura della “mamma di vocazione”, donne che rinunciano al matrimonio per vivere la maternità in castità. Tutto è basato in funzione di questa figura, ritenuta la più importante di tutta la comunità. Nel 1947, per dare accoglienza agli orfani di guerra, don Zeno occupa l’ex campo di concentramento di Fossoli, vicino Carpi, e si inizia a delineare il concetto di famiglia che poi sarà una delle basi della comunità. Proprio l’anno seguente, viene approvata una “Costituzione” e dato all’associazione il nome di Nomadelfia, i cui membri si chiamano “piccoli apostoli”.

Dopo una serie di vicende movimentate dal punto di vista economico, per evitare problemi e interventi dello Stato e della Chiesa, gli abitanti rinunciano al nome di “piccoli apostoli” e la comunità religiosa decide di diventare una libera associazione civile.

Il fondatore, don Zeno, è stato soprannominato il “prete rosso” per la sua vicinanza all’ideologia comunista, alla base della creazione di Nomadelfia. Non ha aiutato, poi, la questione legata al primo terrorista delle Brigate Rosse arrestato in Italia, che era un figlio adottivo cresciuto nella comunità. Sono state molte le vicende turbolente che hanno visto Nomadelfia protagonista e in particolare, i diversi problemi con il Sant’Uffizio che nel 1952 ha addirittura sciolto la comunità. Dieci anni dopo, don Zeno e i suoi seguaci, riescono a riformare Normadelfia ma questa volta vicino Grosseto, in cui si trova ancora oggi.

In base al diritto canonico della Chiesa Cattolica, Nomadelfia è una parrocchia di famiglie e laici non sposati mentre per la Repubblica italiana è un’associazione privata di cittadini. Contrariamente a ciò che accade per gli ordini religiosi, chiunque può lasciare la comunità quando desidera. Si diventa nomadelfi però, solo dopo un periodo di prova di tre anni. E ufficialmente, per chi già fa parte della comunità, lo si diventa a 21, quando si può aderire alla “proposta” offerta dalla comunità che punta al ritorno alla “Chiesa delle origini”.

Sulle famiglie di Nomadelfia si sono raccontate delle storie poco felici e sono stati accusati numerose volte di fare apologia di comunismo oltre che eresia.

La storia di Nomadelfia è una storia di unione, fratellanza e amore. Dimostra che è possibile vivere in modo semplice e solidale. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Gli abitanti di Nomadelfia sono costretti a seguire la vita della loro comunità. I contatti con l’esterno non mancano, ma il tutto è mediato da quello che viene insegnato all’interno della cittadella. Non è possibile pensare liberamente, non è possibile conoscersi a fondo e inseguire i propri sogni. La televisione trasmette i canali Rai, Tv2000 e un canale interno, sono banditi perfino i cartoni animati. L’iscrizione a Facebook è vietata per evitare che possano esprimere le proprie idee in contrasto con le ideologie della comunità.

Il microcosmo di Nomadelfia sulla carta è un piccolo paradiso ma per chi lo vive, specialmente al di fuori di esso, è poco sostenibile e accettabile. A meno di essere mossi da una vera e propria vocazione – non per forza spirituale-.

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