“Sarà la Storia ad assolverLI”: quale Cuba dopo Fidel?

Il profilo di alcuni possibili scenari per una Cuba post-castrista

pubblicato il 26/11/2016 in Attualità da Federico Garcia
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Federico Garcia

Una delle citazioni più note di Fidel Castro è quella tratta dalla sua difesa durante il processo per il fallito attentato alla caserma Moncada del 1953, in cui il futuro Lider Maximo concluse la sua memoria con la sentenza “Sarà la Storia ad assolvermi”. Oggi, dopo 90 anni di marcia, il momento della Storia è giunto per Fidel, con cui cala il sipario sull’ultima concreta vestigia del Novecento ancora in piedi.

Quello che non è scontato, tuttavia, è il verdetto che la Storia ne darà, perché questo non verrà determinato soltanto dalle sue azioni in vita, ma anche da ciò che potrebbe verificarsi dopo la sua morte. Così, mentre gli esuli cubani delle grandi città americane improvvisano feste in strada per la fine del fu tiranno, laddove i capi degli stati politicamente non allineati all'America esprimono con grande trasporto il loro cordoglio, l'analisi politica ha il dovere di tenersi distante da tutto questo ed cercare di delineare cosa potrebbe accadere ora, in cui la Cuba moderna ha perso il proprio “padre” e il cui attuale governo sembra più incline ad intraprendere un nuovo corso.

Raul Castro, che ha sostituito il fratello maggiore al timone della nazione caraibica dal 2008, ha avviato sin da allora un lento processo di riforme sociali e politiche che, se da una parte tendono a conservare tutte le importanti conquiste portate avanti dalla rivoluzione cubana, come la lotta all’analfabetismo e la salvaguardia di un sistema sanitario efficiente ed economico in grado di “esportare” medici in tanti paesi in via di sviluppo e nel Terzo Mondo; dall’altra tendono ad includere argomenti inediti nel panorama nazionale, come la creazione di zone adatte allo sviluppo di forme di iniziativa economica privata e la messa in atto di legislazioni che favoriscano una limitata libertà politica e d’opinione. Questo passo verso il XXI secolo ha goduto di buona pubblicità presso le cancellerie internazionali, spingendo addirittura il presidente degli Stati Uniti Barack Obama a porre in essere, dal 2015, una cauta apertura di credito verso Cuba, arrivando a prevedere una cancellazione delle sanzioni economiche americane verso il paese e la riapertura delle relazioni diplomatiche, opera portata a termine nel marzo 2016 dopo 53 anni di silenzio reciproco. Tuttavia molte criticità sono rimaste e rimangono tuttora (come quelle sui diritti umani), e per capire quali saranno i prossimi passi dello stato cubano è necessario concentrare l’analisi su alcuni attori internazionali principali.

Il primo focus di analisi è obbligatoriamente quello sugli Stati Uniti. In America vivono infatti circa 2 milioni di cubani, di cui una gran parte ha lasciato il proprio paese dopo la vittoriosa guerra rivoluzionaria portata avanti da Fidel Castro nel 1959 contro il precedente dittatore Fulgencio Batista. Questa esigua quanto battagliera comunità ha avversato con grande veemenza le aperture di Obama verso il governo comunista, arrivando a rifiutare di conseguenza la candidatura di Hillary Clinton e diventando una pedina fondamentale per la vittoria di Donald Trump, un presidente che, specialmente se accompagnato dalla amministrazione repubblicana di marca estremamente conservatrice e aggressiva nelle relazioni internazionali che sembra configurarsi per l’insediamento del prossimo gennaio, potrebbe non avere nessuna remora nel cancellare i notevoli passi avanti fatti da Obama, proponendo al loro posto una politica provocatoria verso Cuba, mettendo in crisi il processo riformatore e esacerbando ancor più il conflitto con gli esuli anticastristi, ormai economicamente stabili in America ed intenzionati a tornare nell'isola solo a condizione di potersi arricchire in una terra ancora sostanzialmente inesplorata per il libero mercato.

In un tale scenario, ovviamente Cuba tenderebbe a chiedersi, ma sarebbe piuttosto difficile togliere ai cubani l’aspirazione ad un modello di vita più moderno, pertanto l'isola cercherebbe nuovi alleati fra i paesi occidentali, di cui avrebbe bisogno per mantenersi credibile ed evitare di finire di nuovo in lista nera, con la parte di comunità internazionale circostante sempre più aggressiva. In tale campo, l'Unione Europea potrebbe risultare decisiva: la legislazione comunitaria tradizionale è formata per una buona metà dal Partito Socialista Europeo, che ha mostrato nel corso degli anni, nonostante la ferma condanna delle condizioni delle libertà civili nel paese, un atteggiamento sempre meno scettico rispetto a Cuba e contrario al suo embargo, riuscendo a far annotare questa contrarietà anche al consesso dell’ONU. L'Italia sarebbe in prima fila in un'operazione di questo tipo, considerando sia lo storico buon rapporto tra il nostro paese e l'isola caraibica, sia perché l’attuale mandato della politica estera comunitaria è in mano all'italiana (e socialista) Federica Mogherini, che, Commissione Europea a guida del Partito Popolare permettendo, potrebbe mediare le simpatie cubane di alcuni leader socialisti nel continente (Jeremy Corbyn del Partito Laburista britannico su tutti) e riuscire a trovare una soluzione di compromesso tra Stati Uniti, Cuba e l’UE.

Il terzo focus di analisi non può che essere sulla Russia, stato egemone ed erede dell'Unione Sovietica nei rapporti con lo stato cubano, Fidel Castro ed il suo partito. In caso di fallimento di un accordo di “area atlantica”, Vladimir Putin sarebbe ben felice di accogliere Raul Castro, magari configurando anch’egli un piano di progressivo abbandono del socialismo nel paese, in cui ovviamente si delineerebbe un’idea di espansione economica russa sull’isola. In questo caso, il leader cubano dovrebbe dimostrarsi molto fermo nelle sue decisioni di politica internazionale, riadottando una strategia equidistante fra il presidente russo e tutti gli altri attori, evitando di diventare un pretesto di attrito fra costoro e cercando, di volta in volta, accordi bilaterali di cooperazione, magari, nel lungo periodo, ponendosi anche come paciere di eventuali contrasti grazie alle buone ambascerie possibili con questo tipo di rapporti diplomatici.

Una menzione speciale infine va al Vaticano: Cuba è stato l’unico paese di socialismo reale a non attaccare mai la Chiesa cattolica. Fidel Castro, uomo di formazione salesiana e di profonda tradizione cristiana, ha mantenuto sempre buoni rapporti con la Santa Sede, ospitando tre pontefici nel proprio paese, a partire da Giovanni Paolo II nel 1998, da cui ottenne, in cambio della liberazione di numerosi detenuti politici, la condanna dell’embargo imposto dagli Stati Uniti. In questo momento in particolare, con Francesco, il primo pontefice latinoamericano, potrebbe instaurarsi una collaborazione ancora più stretta fra Cuba e lo stato vaticano, che, pur essendo escluso dai processi internazionali, potrebbe rappresentare un garante più che affidabile di una transizione democratizzante dello stato caraibico.

Tuttavia, la miglior previsione è spesso quella che contiene il maggior numero di fatti già accaduti. Parafrasando la già citata massima di Fidel, “solo la Storia potrà assolvere” queste previsioni, e solo le reazioni e gli eventi che si verificheranno nel periodo del lutto nazionale per il suo Lider ed il breve tempo che lo succederà potranno dare un segno più certo al destino a cui Cuba andrà incontro nel prossimo futuro.
 

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